Ecco le prove: l’Udc da sola scompare

L’uscita dello scudocrociato dall’alleanza di centrodestra non porta
bene: da Milano ai Comuni minori il partito di Casini in Lombardia
subisce un vero tracollo elettorale, anche dove il Pdl è in difficoltà

Delusione su delusione. È una sconfitta doppia. Fra i tanti risultati che le elezioni amministrative del 15 e 16 maggio consegnano al quadro politico c’è un dato di grande evidenza: il Terzo polo non decolla. Anzi l’Udc, che in Lombardia non aveva dati stratosferici ma era viva e solida, abbandonando l’alleanza di centrodestra subisce un tracollo. A volte dimezza perde un terzo dei voti, a volte si avvicina a dimezzarli. Insomma, un disastro.
Ma non solo. L’aggravante, il problema ulteriore, è che questo dato coincide con una battuta d’arresto pesante per il centrodestra. Insomma l’Udc da sola non solo non cresce quando il Pdl e la Lega volano, come è accaduto alle ultime Provinciali e Regionali nel 2009 e 2010: non aumenta i suoi voti neanche in presenza di una difficoltà elettorale di quelli che sono gli ex alleati, competitori in un’area di consenso che si credeva contigua, e che forse non lo è.
I dati locali vanno presi con le pinze, però una serie di risultati omogenei in questa direzione dà il senso di una tendenza precisa, di un fenomeno strutturale che, almeno in Lombardia, non ammette eccezioni.
Partiamo da Milano: alle elezioni del 2006, quelle che avevano sancito la presenza dei centristi nella maggioranza di Palazzo Marino che sostiene la giunta Moratti, l’Udc aveva raccolto il 2,4%. Non molto, ma Milano - culla di Forza Italia prima e Pdl poi - non è mai stata una piazza facile per lo scudocrociato. Il bottino di allora? Circa 14mila voti, un consigliere comunale - Pasquale Salvatore - perfettamente a suo agio nell’alleanza, con un incarico da vicepresidente di commissione Urbanistica, e un assessorato pesante come quello di Gianni Verga.
Nell’ultimo anno il partito, affidato intanto alle cure del cattolico-sociale Savino Pezzotta, svolta e sceglie di andare solo, in tutta la Regione (in questa, non in tutte), per una pretesa «incompatibilità» con la Lega. L’Udc in Lombardia, con Pezzotta candidato, prende il 3,8%. Quello che succede alle Comunali e Provinciali del 15 e 16 maggio sembra solo la diretta conseguenza di questa linea.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti. A Milano si passa da 14mila a 11mila voti, e dal 2,4 all’1,9%. Ma è solo il primo caso, il più importante. Eccone altri. A Varese, unico capoluogo di provincia al voto, terra di voto cattolico e moderato, il partito è passato da un ottimo 6,9 al 5,3%.
Passiamo al dato delle Provinciali. Le due amministrazioni al voto erano - e sono, visto che si va al ballottaggio - sono Mantova e Pavia. Nel primo caso il partito ha dilapidato un quarto dei voti, dal 6,5 al 4,9%. A Pavia più di un terzo dei voti se ne vanno, dal 5,7 al 3,8%.
Resta il quadro dei Comune, fermiamoci al dato di quelli superiori a 15mila abitanti: in Brianza lo scudocrociato corre da solo a Vimercate, e con Elisa Ratti raccoglie 281 voti, pari all’1,81%. A Limbiate tiene. Ad Arcore passa dal 4,7 al 3,6%. Nella Bergamasca, a Treviglio, si parla di un passaggio dal 4,1 al 2,3%. A Busto Arsizio cede due punti, dal 5,15% al 3,5%.
Va un po’ meglio, e qui sta una riprova parziale, nei rari casi in cui gli uomini di Casini hanno scelto di confermare l’alleanza di centrodestra con cui si erano presentati un po’ ovunque nelle precedenti amministrative. A Desio, uno dei centri più importanti al voto, con 32mila elettori e una sfida interna anche al centrodestra con Pdl e Lega divisi, l’Udc ha messo insieme, alleata con il Popolo della Libertà, il 4,39%, la stessa identica percentuale dell’ultima volta: fu il 4,38%. A Rho, con schieramenti analoghi a quelli di Desio (alleanza con il Pdl) il dato definitivo parla di un 3,5%, e si partiva dal 4,8%.
Insomma, ce n’è abbastanza per pensare che la scelta di uscire da un’alleanza con le forze storiche del centrodestra italiano non sia stata compresa dal tradizionale elettorato Dc, anche in Lombardia, e che una corsa neutrale sia spesso considerata ininfluente o incomprensibile.