Ecco le prove del piano: Gianfranco tramava già due anni e mezzo fa

L’abbiamo raccontato nei giorni scorsi: Angelo Mellone, pensatore finiano per definizione, il futuro ce l’ha nel Dna. Direttore editoriale della fondazione Farefuturo, che fa capo a Gianfranco; fra i promotori della fondazione Italia Futura, che fa capo a Luca Cordero di Montezemolo; bravissimo a crearsi un futuro, visto che è uno dei nuovi dirigenti di RadioRai.
Diciamola tutta: Mellone, che ha un passato anche come firma del Giornale, rispetto ad altri futuristi muscolari, ha pure un certo stile. Alto, slanciato, capace di indossare un paio di occhiaie che fanno molto intellettuale e di abbinarle benissimo alle giacche in velluto da salotto buono e alle pochette che sono un po’il trait d’union fra le cravatte rosa del nuovo corso finiano e l’eleganza indiscutibile del vecchio corso montezemoliano.
Insomma, fra tanti pensatori per autodefinizione che girano attorno a Farefuturo, Mellone è un pensatore per definizione ed è già un passo avanti. Talmente pensatore e talmente proteso al futuro da aver già teorizzato la nascita del Pdl come mezzo per favorire la successione di Fini a Berlusconi fin dal febbraio 2008, prima delle elezioni e soprattutto un anno prima della nascita ufficiale del Pdl.
Ad accorgersene è stato Enzo Palmesano, già capo della redazione politica del Secolo d’Italia e instancabile critico delle svolte finiane, nel suo libro Gianfranco Fini-Sfida a Berlusconi, edito da Aliberti, che analizza la guerra di successione dal 1993 ad oggi, partendo dalla discesa in campo sgradita al leader ex missino, passando per il fallimento del governo Maccanico di larghe intese che nel 1996 avrebbe permesso la nascita di una nuova Italia e per il tentativo di stritolare il Cavaliere con la proboscide dell’Elefantino di Segni alle Europee che avrebbe dovuto permettere a Fini di prendere più voti di Berlusconi. Tentativo clamorosamente bocciato dagli elettori.
Ma è nel capitolo L’antiberlusconismo di destra gemello dell’antiberlusconismo di sinistra che Palmesano trova la genesi di quello che sta accadendo in questi giorni. E la teorizzazione da parte di Mellone della guerra a Berlusconi non più dall’esterno, visto che An non era mai riuscita a superare Forza Italia, ma dall’interno, dallo stesso partito, contando su un’organizzazione degli ex An molto più strutturata di quella degli ex azzurri. Nero su bianco in un’intervista a Elisabetta Ambrosi per il webmagazine www.caffeeuropa.it del 13 febbraio 2008.
L’intervistatrice lusingò Mellone con un riferimento a Sarkozy, un nome che fa sempre eccitare gli intellettuali di Farefuturo, e gli chiese: «Nonostante la rottura di pochi mesi fa, nel centrodestra i nomi dei leader non cambiano. Come mai non si mette mai in moto un meccanismo di rinnovamento della classe dirigente? Insomma, Sarkozy ha fatto una guerra sanguinosa a Chirac, mentre Fini, a cinquantasei anni, è ancora lì».
A questo punto, Mellone arrotò le erre, francesizzandosi, e spiegò: «Se si vuole fare un paragone con la Francia occorre ricordare che la guerra di Sarkozy contro Chirac comincia all’inizio degli anni Novanta: quindi l’elezione di Sarkozy è il punto di arrivo di un processo quindicennale, processo peraltro interno allo stesso partito. Ci sono dunque due differenze: primo, il tempo; secondo, il fatto che si è trattato di una guerra tutta interna. A ogni modo, c’è un problema serio che il centrodestra incontra, ovvero il fatto che esso sconta un’anomalia tra una manifesta coerenza di visione del mondo del suo elettorato e una frammentazione nei partiti che rappresentano questo elettorato: il quale, appunto, è più omogeneo della sua classe politica».
Su, su, fino alla sostituzione di Berlusconi con Fini non più dall’esterno, ma dall’interno, proprio come in Francia fra Sarkozy e Chirac: «A mio parere, - spiegò Mellone - il processo di un’eventuale sostituzione di Berlusconi sarebbe facilitato dall’aggregazione delle tre forze politiche principali del centrodestra, tenendo fuori la Lega, all’interno di un unico partito».
Si sa come è andata a finire: il partito unico si è fatto, anche se con due soggetti e non con tre, perdendo l’Udc per strada. E l’«eventuale sostituzione di Berlusconi» sognata da Mellone è rimasta eventuale.