Ecco quando scatta il salva processi dei pm

(...) non sono mai arrivate in un’aula di processo. E non si tratta di storielle. Di fatti irrilevanti.
Fuoco a volontà
Difficile liquidare come irrilevante l’incendio del febbraio 2005 che fece fuggire oltre mille persone dalle loro case tra Pegli, Voltri e Prà. Bruciarono duemila ettari di bosco, morirono centinaia di animali, danni per milioni. L’allora comandante del Corpo Forestale, Antonino Mommo, denunciò l’esistenza del «terrorismo ambientale». Roba da creare una task force. Nulla di tutto ciò. Mai un’inchiesta è arrivata al giudizio di un gip. Mai un indagato.
Spegnere lo sport
Un anno dopo, gennaio 2006. La fiaccola olimpica passa per Genova. I tedofori vengono aggrediti da gruppi no global, si rifugiano sui furgoni, fuggono. Figuraccia mondiale. Ma le minacce agli organizzatori, la violenza dimostrativa del gesto, l’impedimento a svolgere una manifestazione autorizzata non portano a una sola denuncia. Meno che mai a un processo.
Oltraggio alla corte
Nel novembre del 2006 è addirittura un alto magistrato, il presidente di un tribunale a ordinare un’inchiesta. Durante un’udienza, un pubblico ministero che accusa i poliziotti di ogni tipo di brutale violenza al G8, non rispetta le regole, il presidente lo richiama più volte. Alla fine sospende la seduta, parla di «oltraggio al tribunale» da parte del pm. Prepara un’ordinanza, un atto raro e gravissimo con cui chiede vengano inoltrati gli atti alla procura e alla procura generale. Non se ne è più saputo nulla.
Indagini «sporche»
Sempre a proposito di processo G8, a Genova l’ambiente giudiziario viene messo a rumore dalla decisione dell’avvocato Maurizio Mascia di rimettere il mandato di difensore di alcuni poliziotti. Più rumore in realtà lo fa il suo esposto nei confronti di un esponente della polizia giudiziaria, che avrebbe condotto indagini oltre i limiti delle regole. Scorrettezze gravi contro gli indagati e i loro difensori che però, ad oggi, non hanno prodotto inchieste. O almeno risultati concreti.
Tiro al cardinale
A Genova come non ricordare le numerose scritte di minaccia contro il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, «colpevole» di essere stato frainteso sulle coppie di fatto. Dalla primavera 2007 a tutt’oggi l’arcivescovo gira scortato anche sull’altare, ma di tutte le indagini in corso, solo una è arrivata in fondo: quella sulle buste anonime con proiettili spedite da un ex carabiniere di Pinerolo che voleva vendicarsi di una prostituta. Tutto tace invece sulle continue scritte sui muri di San Lorenzo e sulle altre minacce.
«Arte» urbana
Assoluzione con formula piena e preventiva era invece stata già espressa dalle amministrazioni locali per la marcia no global del novembre 2007 che lasciò Genova imbrattata lungo tutti i chilometri del percorso fatto dal corteo. Offese alle istituzioni, vilipendio, apologia del terrorismo, istigazione a delinquere. E bestemmie senza ritengo vergate sui muri e su ogni angolo di città. Reati commessi da manifestanti ripresi dai filmati e individuati dalla digos. Una denuncia formale è stata presentata anche dal senatore Giorgio Bornacin e dal consigliere regionale Gianni Plinio. Ma il «salva-processi» fai-da-té della procura ha impedito che qualcosa arrivasse in un’aula di tribunale.
Caccia alla talpa
In tempi di polemiche anche aspre sulla pubblicazioni di atti riservati delle procure si invocano pene gravissime per le violazioni del segreto istruttorio. Poi capita, è storia recentissima, che l’ufficio dei pubblici ministeri chieda al giudice per le indagini preliminari il sequestro di tutte le banchine del Multipurpose nel porto di Genova. La notizia, come altre nell’ambito di questa inchiesta, viene immediata pubblicata sulla stampa. Tre giorni dopo la pubblicazione del primo articolo il gip si lamenta: «Non ho ancora ricevuto la richiesta di sequestro». Fuga di notizie con prova provata. Apertura di un’inchiesta? Neppure per sogno, nonostante l’indagine non sarebbe difficile visto che la talpa dovrebbe essere cercata tra un ristrettissimo numero di persone. E non si può dire che la violazione del segreto istruttorio venga ritenuto un reato secondario dalla procura di Genova. Un esempio semplicissimo: quando il maniaco dell’ascensore terrorizzava le ragazzine genovesi, il suo identikit venne pubblicato da alcuni quotidiani. Poteva anche essere un servizio alla popolazione, alle potenziali vittime, oltreché un modo per gli inquirenti di sperare in nuove segnalazioni (cosa che peraltro avvenne). Ma i giornalisti che pubblicarono l’identikit finirono sotto processo.
Il caso-Genoa
Molti, soprattutto i tifosi rossoblù, ricordano la vicenda della sentenza scritta sul computer dei giudici prima ancora che iniziasse il processo terminato con la retrocessione in C1. Sul quel clamoroso falso svelato dai computer era stata presentata una dettagliata denuncia alla procura di Genova, che ha poi girato tutto, pur se dopo qualche mese e dopo perquisizioni nella sede Figc che avevano portato nuove conferme ai sospetti, all’ufficio di Roma. Per competenza territoriale. Mai avuto notizia di seguiti dell’inchiesta né tantomeno di archiviazioni o rinvii a giudizio. Semplicemente nulla.
Tutti esempi clamorosi, che rappresentano centinaia di denunce sepolte nei cassetti, mai prese in considerazione, «archiviate». Il salva-processi fai-da-te funziona. Ed è anche uno strumento legittimo, perché i magistrati possono decidere a quali inchieste dare la precedenza e quale dimenticare. Quali portare subito a processo e quali lasciare (involontariamente s’intende) che vengano coperte dalla prescrizione oltre che dalla polvere. La cosa antidemocratica, lesiva di ogni diritto, è se questa cosa viene decisa da un decreto.