Ecco le quattro regioni chiave per il successo

Fabrizio de Feo

da Roma

Finita la maratona elettorale la parola passa agli elettori. E sul territorio si accendono i riflettori sulle regioni considerate strategiche, le quattro «grandi indecise», quelle dove gli schieramenti appaiono divisi, almeno nelle rilevazioni della vigilia, soltanto da una manciata di voti.
Le quattro regioni su cui gli osservatori appuntano la loro attenzione sono Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Lazio e Puglia. Territori e istituzioni governati dall’Unione ma dove il risultato è tutt’altro che scontato tanto che gli strateghi dell’Unione hanno consigliato ai leader della coalizione di centrosinistra di concentrare su di esse l’offensiva elettorale. Due le carte messe sul tavolo dagli uomini di Romano Prodi: una campagna orchestrata in prima persona da governatori e dirigenti locali. Ma anche l’erogazione di un sostegno economico più pesante rispetto a quello elargito al resto d’Italia. Un pressing che non sembra aver prodotto lo scatto decisivo. E così la Cdl ostenta ottimismo. «Per quel che riguarda il Senato ci viene attribuita la vittoria in Puglia e Piemonte che erano regioni in bilico e quindi la nostra vittoria dovrebbe essere assicurata», sosteneva venerdì Roberto Calderoli. «Per quel che riguarda la Camera la vittoria si gioca in queste ore».
Le fotografie delle varie situazioni locali sono ovviamente diverse. In Piemonte si assegnano 13 senatori per il vincente rispetto ai 9 di chi perde. Da sempre il Piemonte è politicamente spaccato in due con Torino vicina al centrosinistra e le altre province del Sud e del Nord fedeli alla Casa delle libertà. A Torino, peraltro, il 28 maggio si voterà anche per eleggere il sindaco e confermare o sostituire Chiamparino. Il voto avrà quindi un’ulteriore valenza, sebbene il sindaco attuale sia dato come grande favorito. In base agli umori raccolti alla vigilia nel moderato Piemonte, l’Unione dovrebbe pagare con un arretramento la rissosità e le profonde contraddizioni mostrate sulla questione dell’alta velocità in val di Susa. Sull’altro piatto della bilancia bisogna, però, mettere l’iperattivismo, anche mediatico, del sindaco Sergio Chiamparino e del governatore Mercedes Bresso, impegnati a intestarsi i meriti dell’Olimpiade torinese, rianimata dall’iniezione di soldi freschi fornita dal governo Berlusconi.
Diversa la situazione in Friuli. Qui il governatore Riccardo Illy ha marcato il suo disimpegno dalle elezioni politiche e i leader unionisti hanno evitato di esporsi troppo sul territorio. Il centrodestra, invece, è riuscito a fornire una buona prova di coesione. Nel 2003, alle elezioni regionali, le segreterie nazionali della Cdl decisero di candidare contro Illy, la leghista Alessandra Guerra. Il sacrificio fu pagato dal presidente della Regione uscente, Renzo Tondo, di Forza Italia. Non fu solo un sacrificio che lacerò il partito (Ferruccio Saro si presentò con lista autonoma, risultando determinante per la vittoria del centrosinistra) ma si trattò di una scelta che fece registrare un deciso calo dei consensi della Cdl in Carnia (la parte nord del Friuli), di cui Tondo era esponente. Essendo oggi il Friuli una regione in bilico, la strategia elettorale ha scelto di premiare quelle zone, dando due seggi sicuri a Renzo Tondo e a Manuela Di Centa. In Puglia, al contrario, il via vai di leader unionisti è stato intensissimo. Massimo D’Alema e Romano Prodi non hanno mancato di fare capolino nel Tavoliere, così come altri leader nazionali. L’obiettivo? Puntellare i consensi del centrosinistra in una regione in cui la luna di miele di Nichi Vendola con l’elettorato si può ormai considerare conclusa.
Nel Lazio la partita appare a due facce. Se nella capitale l’Unione sembra in vantaggio, negli altri capoluoghi di provincia il centrodestra viene giudicato in buon recupero. La dinamica è simile a quella pugliese: il governatore Piero Marrazzo non rappresenta un valore aggiunto per l’Unione. Anzi il «niet» alla conversione a carbone della centrale Enel di Civitavecchia ha provocato la dura reprimenda della Confindustria e di Luca di Montezemolo e le critiche di alcuni esponenti ds. A Roma, invece, c’è sempre l’«effetto Veltroni» con cui fare i conti. Una variabile che potrebbe spostare gli equilibri del voto laziale. A meno che il resto della regione non si conceda una robusta sterzata verso il centrodestra.