Ecco Riley, il guru del minimalismo

Simone Mercurio

Atmosfera beat, vagabondaggi jazz e clima da happening teatrale. È questo l’ambiente che crea Terry Riley nelle sue esibizioni. Questa sera il settantenne musicista americano, ritenuto il padre del minimalismo Usa sarà in concerto al nuovo Auditorium per «Santa Cecilia it’s wonderful». Con lui sul palco della sala Santa Cecilia dalle 21, saranno Alter Ego, Matmos e il contrabbassista Stefano Scodanibbio, nomi di riferimento nella musica contemporanea ed elettronica. Riley ha composto per l’occasione The slaving wheel of meat conception / In C la tanto attesa rielaborazione cameristica di Keyboard studies, manifesto del minimalismo musicale anni Sessanta. Icona del free jazz e del rock elettronico, il «vecchio» Riley è uno di quei musicisti venerati dai colleghi come guru ispiratore e fondatore di generi. Anche gli Who nel 1971 gli dedicarono il loro brano Baba O'Riley contenuto nell’album Who’s next. Nonostante la sua figura troneggi nel panorama musicale del Novecento, Riley è poco popolare e ha in apparenza rilievo accademico inferiore rispetto a epigoni come Steve Reich e Philip Glass. Dipende verosimilmente dalla sua natura da outsider: prerogativa che se da un lato lo ha penalizzato in termini di visibilità, d’altra parte gli ha consentito di creare musica in condizioni di assoluta libertà intellettuale. Dagli anni Settanta in poi, per esempio, è stato forte l’ascendente esercitato su Riley dalla musica indiana, e in particolare dal maestro Pandit Pran Nath, di cui fu allievo. Una «febbre» musicale questa, che contamina molta della sua produzione. A testimoniarlo è l’opera forse più compiuta realizzata in gioventù, Persian surgery dervishes, doppio disco registrato durante due distinte esibizioni dal vivo.
Tastierista ma non solo, Terry Riley fa anche un uso originale del sassofono in Poppy Nogoods and the Phantom Band (1968) e le 13 partiture per quartetto d’archi realizzate insieme a David Harrington, violinista del Kronos Quartet, Salome dances for peace su tutte.
Più recentemente, ha composto piccole «piece» per coro, immagini e suoni spaziali» con Sun Rings, commissionatagli dalla Nasa, e il monumentale ciclo in 24 episodi The book of Abbeyozzud, ancora incompiuto.
Questa sera sarà l’occasione per un eccezionale incontro tra due generazioni musicali, rivisitando in una nuova veste Keyboard studies. Opera che continua a essere suonata ovunque nel mondo da oltre quarant’anni. Un tocco di Kerouac nel titolo, citazione da Mexico City, condita dall’elettronica e da un nuovo video dei californiani Matmos, già collaboratori di Björk.