«Ecco come riuscirò a far viaggiare l’Azienda di mobilità»

La sfida di Marco Vezzani, amministratore delegato di Ami, la società pubblica nata dallo scorporo di Amt

«Capitano coraggioso io? Veramente, mi sento più l’allenatore in campo»: si definisce così Marco Vezzani, ingegnere, vent’anni in Italimpianti (e cinque in Russia), poi in Elsag, Postel, Fiat, e da pochi mesi amministratore delegato di Ami Spa, la «costola» di Amt che si occupa di manutenzione, parcheggi, studi di mercato e mobilità. Del resto il parallelo calcistico è congeniale, per uno come lui che targare sampdoriano è dir poco - per anni e anni, non s’è perso una partita dei blucerchiati allo stadio -, ma soprattutto per via di quel suo eterno «pallino», la cosiddetta Squadra Primavera, che si richiama direttamente a una equipe dinamica e solidale, e che egli stesso ha inserito fra gli obiettivi strategici della missione aziendale.
«Intanto, però, c’è da far funzionare l’oggetto misterioso-Ami.
«Sono cautamente ottimista. Ma sono anche convinto che non ci sia bisogno di rivoluzioni, nel senso di trasformazioni radicali, quanto piuttosto di una buona ordinaria amministrazione».
L’eredità lasciata dall’Amt che si è separata da compiti precisi e 539 dipendenti trasferendoli a Ami, è comunque pesante.
«Il quadro generale del trasporto pubblico è fosco, inutile negarlo. Ma percorrere la strada della ristrutturazione è assolutamente possibile».
Ammetterà che è una bella scommessa.
«Diciamo una bella sfida. Siamo qui anche per questo. E poi non dobbiamo pensare che sia tutto nero. Le risorse umane, ad esempio, si possono incentivare. L’Ami ha pochissimi dipendenti giovani, ma lo zoccolo duro è valido».
La sua ricetta, ingegner Vezzani?
«Niente di straordinario, ne hanno sperimentato gli effetti positivi le principali aziende pubbliche e private. Io voglio proporre e applicare la meritocrazia, il criterio di premiare chi si è distinto».
Cosa si vince?
«Non è una lotteria. Penso all’avanzamento alla categoria superiore, ai benefit una tantum. Per ottenere risultati, occorre innanzi tutto coinvolgere i dipendenti, motivarli, responsabilizzarli. Se poi si riconosce il merito di qualcuno, non vuol dire che si tolgono diritti agli altri. Su questo piano auspico, ovviamente, la collaborazione dei sindacati».
Un progetto ambizioso, qualcuno dice: fin troppo. Ci vuole impegno e anche molto tempo.
«Mi sono dato un piano aziendale misurato su cinque anni, che tiene presente esigenze economiche e sociali. A questo proposito, sono perfettamente consapevole che Ami, società per azioni di proprietà comunale, non può essere gestita come una qualsiasi azienda privata, ma è altrettanto vero che può conseguire obiettivi di livello nella consapevolezza di agire sul mercato».
Sembra missione impossibile.
«Non è vero. Basta pensare al settore dei servizi alla mobilità che, in prospettiva, può diventare un vero e proprio business, specie per quanto riguarda la logistica, il trasporto merci. Ami sarà in grado di inserirsi in questo campo, utilizzando sinergie in parte già esistenti. Potrà proporsi, cioè, per vendere consulenza a pubblico e privati».
Ci vuole una squadra affiatata.
«Perché no la mia Squadra Primavera, formata da tanti imprenditori di se stessi? Io ci provo. E vuol vedere che magari ci riesco?».