Ecco la Roma che piace alla gente che non piace

«Cadevano le bombe come neve, il diciannove luglio a San Lorenzo» cantava Francesco De Gregori più di vent’anni fa. A quei tempi, in quel quartiere di Roma «ci andavano ad abitare studenti e gente con pochi quattrini», scrive Mario Desiati nel suo nuovo romanzo, Vita precaria e amore eterno (Mondadori, pagg. 216, euro 15). «Adesso è il regno dei cazzoni. Un sacco di cazzoni. San Lorenzo \ portava addosso l’orgoglio e l’onore che poteva avere una Marzabotto dell’eccidio nazista, o una Milazzo del riscatto dei Mille. Invece ha iniziato a diventare il cacatoio di una serie di arricchiti, attori, registi, intellettuali dal portafoglio gonfio e la penna vuota».
Parlare del libro di Desiati rappresenta per me una doppia sfida. C’è innanzi tutto il fatto che Desiati è mio amico e recensire un amico - dicono - non è di buon gusto. Se si citano a propria difesa alcuni precedenti illustri (Moravia su Pasolini, ad esempio) si fa la figura dei tromboni. Però... il fatto è che la mia amicizia con Desiati nasce dal reciproco apprezzamento dei nostri libri. Un anno fa, tre persone che non si conoscevano - Mario Desiati, Alessandro Piperno e il sottoscritto - lessero ognuno l’opera prima degli altri. Erano, quei romanzi, tre ricognizioni di Roma tra loro diversissime, ma che muovevano tutte da un intento per così dire polemico: rifuggire il ritratto della Roma fighetta e radical-chic che ammorbava - e ancora ammorba - molta narrativa e (soprattutto) molto cinema italiano; quello, tanto per fare dei nomi, dei film di Gabriele Muccino. Io provavo - indegnamente - a restituire Roma al suo mito, raccontandone le sue bellezze più note, perché non sopportavo più di leggere e vedere storie ambientate solo davanti al Gazometro, con un pasolinismo laccato di progressismo. Alessandro Piperno, con il suo Con le peggiori intenzioni, raccontava l’alta borghesia romana con un fare che poteva apparire iconoclasta solo a chi si compiace dei tinelli che puzzano di sugo, dei vellutini a coste e della Due Cavalli. Desiati, invece, con il suo romanzo d’esordio, Neppure quando è notte (Pequod, 2003), aggrediva la città «da sinistra», e continua a farlo con questo suo Vita precaria e amore eterno. Ma non c’è traccia, in lui, di conformismo o, peggio, di moralismo. È uno scrittore «amorale».
Qualche giorno fa, leggevo su Il Corriere della Sera una battuta fulminante di Fausto Bertinotti sul nuovo film di Nanni Moretti: «Mi sento più attratto da una cinematografia alla Clint Eastwood, per esempio Million dollar baby, o alla Ken Loach». È di una stupenda perfidia, questo giudizio di Bertinotti, che al «morettismo» (ormai una sottocategoria nostrana del radical-chicchismo messo alla berlina da quel geniaccio di Tom Wolfe), preferisce gli sguardi asettici che Loach getta sul proletariato inglese e, addirittura, un film di un regista notoriamente di destra come l’ex ispettore Callaghan su un mito classico del sottoproletariato: quello dell’ascesa e del declino di un campione (in questo caso campionessa) di boxe.
Ecco, la Roma di Desiati, allo stesso modo è antimorettiana: non ci sono Vespe, tanto per intenderci. Il protagonista del libro, Martin Bux, arriva a Roma con la famiglia da un paesino siciliano vicino alla base NATO di Sigonella; fa i conti con le proprie ristrettezze economiche, con il disagio sociale, con un lavoro precario e disumanizzante, con la brutalità della città ai suoi margini. Adesso, provate a mettere questi elementi in mano a un qualunque scrittore italiano di trent’anni e avrete la solita pappa; di sicuro, a pagina 50, troverete Martin Bux intento a leggere le poesie di Neruda o ad assistere una vecchietta mentre attraversa la strada. Il Martin Bux di Desiati, invece, è spiazzante: è impegnato? No, è un qualunquista. Va al cinema a vedere Il Caimano? No, preferisce i film porno. Vota Bertinotti? No, senza sapere perché, va in strada a urlare slogan neofascisti. «Coi radical - dice Bux, ho avuto a che fare un sacco di volte. Per colpa loro ho un sacco di problemi, fanno casino la notte. Sono autentici padroni della via sotto la mia finestra. Hanno così tanti quattrini, altrimenti non starebbero tutte le sere a lisciarsi canne e ubriacarsi sotto la mia stanza da letto». Odia tutti: i ricchi come i poveri. Con gli immigrati si comporta da vero razzista: li chiama «merdaglia pakistana», «negri», «ghanaboys». Vive vagando tra un’agenzia interinale all’altra; viene assunto in un call-center a sei euro l’ora: «Nessuno sciopererà per te, nessuno andrà a trattare o a ululare la sua indignazione su un palco davanti a centinaia di migliaia di bandiere sventolanti».
Ecco, l’altra sfida che mi aspettava nel parlare di questo romanzo è che io Martin Bux e la Roma in cui si dibatte non la conosco. Sono un pariolino cresciuto tra avvocati, chirurghi e palazzinari che da quando ha pubblicato un libro si trova a flirtare con un esercito di radical più o meno chic: due categorie antropologiche spesso accomunate dallo stesso estratto conto e dalla frequentazione degli stessi ristoranti, gli stessi cinema, gli stessi luoghi di villeggiatura.
In qualche squarcio, la Roma di Desiati si ricongiunge idealmente a quella che quarant’anni fa registrava Pier Paolo Pasolini in Una vita violenta e in Ragazzi di vita; in effetti, Martin Bux starebbe bene in compagnia del Riccetto, del Ciriola e del Bassotto. Secondo Pasolini, l’unica rivalsa per costoro «è stata sempre il considerarsi depositaria di un concezione di vita... più virile: in quanto spregiudicata, volgare, furba e magari oscena e priva di noie morali». E per dimostrarsi all’altezza di questa irresponsabilità, s’utilizzava il gergo romanesco come un linguaggio cifrato che rivendiccase la propria adesione a una vita intesa come malavita. La Roma descritta da Desiati, invece, è un melting pot che nessuna lingua può tenere insieme. È una babele formata da singoli reietti, che girano in tondo e non s’incontrano mai: ogni tanto si scontrano, per mancanza di spazio.
Il fatto che da un quadro simile, un personaggio non solo antieroico ma addirittura meschino e a tratti volutamente ripugnante ci faccia palpitare per i suoi sogni d’amore e di fuga (o di ritorno), può spiegarsi solo con quel miracolo - sempre sull’orlo dell’abisso - che è l’esplosione del talento narrativo, quando la nostra adesione a ciò che stiamo leggendo annulla ogni categorizzazione morale (e moralistica) e ci confonde perché ciò che leggiamo è semplicemente vero.