Ecco il romanzo-Frankenstein fatto con frattaglie di Nabokov

È noto che Dostoevskij non era quel che si dice un inguaribile ottimista. La sua fiducia nell’umanità stava intrappolata nel permafrost del sottosuolo siberiano. Proprio in Memorie del sottosuolo, scrive: «Io penso che la miglior definizione dell’uomo sia questa: un essere a due gambe e ingrato». Sapeva bene, fra l’altro, che l’ingratitudine può esser figlia di un amore mal riposto, oppure sporcato dall’interesse.
È noto anche che un altro scrittore come lui pietroburghese, e come lui affascinato dal grande tema dello sdoppiamento della personalità, Vladimir Vladimirovic Nabokov, amava nascondere i sentimenti usando l’antico metodo della loro ostentazione. Dire per celare. Spiegare per divagare. Cancellare per mostrare, dovremmo aggiungere, se volessimo farci agguantare, come ingenue farfalline, dal retino da entomologo impugnato l’anno scorso da suo figlio Dmitri. Nell’aprile del 2008, infatti, l’erede dell’autore di Lolita fece il gran rifiuto. No, quel romanzo io lo voglio pubblicare, papà, in fondo, approverebbe, si disse.
E così oggi, condito da un battage pubblicitario di dimensioni planetarie, L’originale di Laura non è più uno scartafaccio di 138 fogli densi di cancellature, ripensamenti, correzioni: è diventato un elegante volume. Che da noi in Italia veste Adelphi (pagg. 170, euro 18, traduzione di Anna Raffetto). Frutto dell’amore o dell’ingratitudine? A Dmitri fischiano le orecchie. E dice, nell’Introduzione: «Individui dotati di scarsa immaginazione, tutti intenti ad aggiungere le loro supposizioni al maelström di ipotesi da cui è stata inghiottita l’opera incompiuta, hanno irriso l’idea che un artista prossimo alla morte potesse decidere di distruggere un suo lavoro, qualunque ne fosse la ragione, e poi malgrado tutto consentirne la sopravvivenza».
Excusatio non petita..., commenterebbe il solito malpensante. In effetti, abbozzato negli ultimi anni di vita, fra il ’75 e il ’77, a Montreux, in Svizzera («un capolavoro embrionale i cui bozzoli di genio cominciavano a trasformarsi in crisalide qua e là sulle sue onnipresenti schede», chiosa il figlio), L’originale di Laura, secondo il suo autore, avrebbe dovuto essere distrutto. Vladimir lo aveva raccomandato chiaramente, alla moglie Véra: se morendo lo lascerò incompiuto, distruggilo. Invece no. Invece siamo qui a parlare di un libro che non c’è ma che, come certi silenzi, è assordante. Dmitri chiama in causa Kafka e la sua preghiera all’amico Max Brod di annientare i suoi lavori, per buttare lì, furbescamente, l’amo dell’interpretazione psicoanalitica: Kafka lo fece «ben sapendo che Brod non avrebbe mai avuto il coraggio di adempiere a quel compito». Quindi anche Vladimir... «Véra - s’inalbera Dmitri - fu un emissario impeccabilmente coraggioso e fidato, e se venne meno al suo compito, la ragione fu il procrastinare - un procrastinare dovuto all’età, alla debolezza e a un amore immenso».
Amore, appunto. Ma amore colpevole, alla Dostoevskij. A meno che, cercando un romanzo di fatto inesistente, ci si accontenti di trovare un pregevole «pezzo» di ricostruzione filologica. La riproduzione del manoscritto originale, nella parte superiore delle pagine, lodevole scelta del curatore, ha anche il pregio, editorialmente parlando, di scavalcare il muro delle cento pagine... E se nel lettore affezionato e sensibile la cosa genera persino un filo di partecipata commozione, pensando alla fatica fisica di uno scrittore morente, al malpensante di cui sopra fa sorgere cattivi pensieri. Per esempio: stai a vedere che prima o poi si vendono anche il manoscritto...
Bingo. La casa d’aste Christie’s lo proporrà ai collezionisti a New York venerdì 4 dicembre con una stima tra i 400mila e i 600mila dollari. Prima di allora, stiamone certi, milioni di copie del libro saranno state «bruciate» (nel senso buono) in tutto il mondo, con Knopf per gli Stati Uniti e Penguin per la Gran Bretagna a farla da padroni, a partire da martedì prossimo. Intanto, l’esercito dei malpensanti ha già dichiarato guerra a Dmitri & Co. a colpi di sorrisini e mormorii. Il sito internet «The Literary Saloon», quello che un mese fa azzeccò la previsione-terno al lotto di Herta Müller premio Nobel per la Letteratura, ironizza sulla bramosia di denaro da parte del settantacinquenne erede, insinuando anche il dubbio che il ricavato dell’asta serva per pagare il conto salato del celebre agente letterario Andrew Wylie, l’uomo che ha gestito l’affare internazionale della pubblicazione del romanzo incompiuto. E il blog di The Wall Street Journal cerca di fare i conti senza l’oste. Per lunedì notte - rivela - vigilia della pubblicazione del romanzo, a New York è stata organizzata una mostra del manoscritto riservata ai possessori di biglietto, i quali, pagando, avranno la possibilità anche di ascoltare la prima lettura pubblica del testo.
Non guasterebbe una bella intervista a Dmitri, per tentare di dipanare la matassa. Ma l’editore Knopf ha fatto sapere che è malato e che per il momento non rilascerà interviste, mentre Wylie ha declinato ogni richiesta di mettere in contatto con lui i giornalisti, anche via e-mail. Ma, in fondo, sarebbe come chiudere la stalla quando i buoi sono ormai scappati, visto che la corsa all’anticipazione è stata vinta, tre giorni fa, dal lestissimo (e ricchissimo) coniglietto della rivista Playbloy, che ha rosicchiato, pare a un prezzo assolutamente fuori mercato, un brano da cinquemila parole.
Ecco, le parole. Stavamo quasi per dimenticare che un romanzo è fatto di parole scritte, più che di chiacchiere e dollari sonanti. Ma non renderemmo un bel servizio al buon Vladimir, se tentassimo di catturare una trama volatile, frammentaria (in cui qualcuno intravede i prodromi di una seconda Lolita) e che, nonostante il parere di Dmitri, non ha avuto il tempo di uscire dal bozzolo. Però... Però al foglio 2 si legge: «Oh no, non era uno di quei romanzi che si buttano giù, sai, per fare soldi, era il testamento di un neurologo pazzo \». E, ai fogli 11 e 12: «Solo identificandola con un libro difficile non scritto, scritto per metà, riscritto, si poteva sperare di esprimere finalmente ciò che le descrizioni contemporanee di rapporti sessuali rendono così di rado perché nate da poco e pertanto generiche \».
A un’opera che ci parla di se stessa prima ancora di nascere, lasciando persino tracce profetiche (il far soldi, il libro non scritto...) dobbiamo concedere il beneficio del dubbio. Un beneficio del quale non possiamo far dono a Dmitri. Il quale scrive «Graham Green» dimenticando la «e» finale. Ma, soprattutto, pretende la botte piena e il lettore ubriaco. «Ma perché, signor Nabokov, perché realmente - motteggia - si è deciso a pubblicare Laura? Ebbene, sono un bravo ragazzo e, avendo notato che dappertutto la gente mi dà del tu in quanto si immedesima nel “dilemma Dmitri”, ho pensato che sarebbe stato gentile alleviare le tribolazioni di tanti». Non dell’anima di suo padre.