Ecco come sarà il nuovo Popolo della Libertà

Alla guida del Pdl tre coordinatori: accanto a Verdini e La Russa il
favorito è Bondi. Bloccato per 4 anni il rapporto di forze 70 a 30 tra
alleati. Ma i finiani puntano i piedi. Le interviste a reggenti di An e Forza Italia: <strong><a href="/a.pic1?ID=333123">La Russa</a></strong> / <strong><a href="/a.pic1?ID=333125">Verdini</a></strong> 

Roma - Tra limature, dettagli e aggiustamenti la corsa alle assise del 27 marzo - quando si aprirà la tre giorni del congresso fondativo del Pdl - è ormai allo sprint finale. E al di là degli ultimi smottamenti, la strada inizia a farsi in discesa. Anche perché, si ragiona a Palazzo Grazioli, ad An e alle sue «richieste identitarie» è già stato concesso «molto se non troppo». E ora «non è proprio il momento dei falli d'interdizione a centrocampo». Insomma, la sortita di Alemanno - che ha chiesto il voto segreto per la nomina del presidente del partito, cioè Berlusconi - è stata derubricata senza troppi fastidi, perché non è da ieri che il sindaco di Roma gioca a fare il movimentista di sponda (obbligata) con Fini.

Già, perché la convinzione di Berlusconi è di aver dato rassicurazioni più che ampie sia a Fini che a La Russa, tanto che il Pdl così come è stato disegnato nelle ultime riunioni somiglia sempre più a un partito vecchia maniera. «Sembra quasi il Pci», si lascia scappare un ministro vicino al Cavaliere. Ci sarà infatti un presidente con sotto un ufficio di presidenza o esecutivo che sarà eletto da una direzione a sua volta indicata dall'assemblea congressuale dei delegati. «Ce n'è per tutti i gusti», chiosa lo stesso ministro, come a dire che lo spazio di manovra è ormai finito. E infatti Verdini e La Russa, che ieri hanno avuto un lungo incontro a pranzo, hanno risolto la questione della nomina del presidente in pochi minuti: voto per alzata di mano. Punto e basta. Che di fatto è una sorta di acclamazione, come si addice a quel partito leggero che tanto piace al Cavaliere. D'altra parte, spiega Stracquadanio, «questo è un partito carismatico e non l'ha mica ordinato il dottore di farne parte». Per esempio, «c'è chi come Casini ha detto “no grazie” senza troppe storie».

Il Cavaliere, però, pur capendo le ragioni del pressing di An inizia a essere stufo dal ripetersi di liturgie partitiche che ha sempre cordialmente detestato. Anche per questo - visto che sia Fini che Alemanno insistono sul fatto che al congresso tutti devono poter parlare - il 10 marzo si terrà una sorta di «Forza Italia day», una full immersion a piazza Di Pietra nella quale ognuno potrò dire la sua. Così da evitare che l'embrione del correntismo si riversi sul congresso vero e proprio.

Sul tavolo, però, le questioni ancora da risolvere ci sono eccome. Intanto quella del tandem Bondi-La Russa che potrebbe prendere il posto del triumvirato con Verdini. Ed è qui che in queste ore si stanno concentrando gli assestamenti tellurici, visto che Berlusconi sembrerebbe intenzionato a investire Bondi (con cui ieri ha avuto un lungo faccia a faccia) del ruolo di coordinatore unico con La Russa nella veste di vice. Una soluzione, questa, ancora in divenire, tanto che al termine del pranzo di ieri Verdini e La Russa hanno fatto sapere che al momento si resta sui tre coordinatori (Bondi, Verdini e La Russa). La bozza dello Statuto, d'altra parte, prevede entrambe le ipotesi. Le voci, però, impazzano. Soprattutto dentro Forza Italia. Il ministro dei Beni culturali, infatti, nel caso in cui debba occuparsi del partito è deciso a lasciare il governo. A questo punto si aprirebbe la partita della successione e si sono già fatti i nomi di Bonaiuti o Quagliariello. E se la soluzione fosse la prima qualcuno a Palazzo Chigi già vocifera di una possibile nomina di Verdini a sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all'editoria.

Ma la partita che si sta giocando è anche sul futuro di Fini. Il presidente della Camera, infatti, non avrà certamente alcun ruolo politico nel Pdl ma entrerà con ogni probabilità a fare parte del board del Ppe, diventandone di fatto il riferimento in Italia. Un ingresso che dovrebbe avvenire dopo le Europee di giugno, quando il Pdl sarà a tutti gli effetti una forza rappresentata a Strasburgo e saranno chiari i rapporti di forza interni al Partito popolare europeo. E proprio Fini sta sostenendo con forza il movimentismo di An delle ultime settimane. La conferma arriva dai ripetuti affondi di Campi, direttore di FareFuturo nonché finiano di ferro. Una strategia che avrebbe nell'immediato «due punti di caduta». «Il primo immaginario e il secondo decisamente più materiale», spiega Stracquadanio. L'idea, infatti, è da una parte di far passare il messaggio che An sta puntando i piedi per la sua identità e dall'altra cercare di conquistare metri nella battaglia delle candidature per le amministrative che da settimane sta causando diverse incomprensioni. Ma il punto per il quale An sta mettendo in campo l'artiglieria pesante sarebbe soprattutto un altro, di più lunga prospettiva: evitare che il rapporto 70-30 su cui si è dato vita al Pdl si cristallizzi nel tempo. E - ammettono a via della Scrofa - sia la proporzione con cui si dovranno decidere le candidature alle prossime politiche del 2013.

Intorno al Pdl, insomma, si sta giocando anche la partita per il futuri equilibri di potere interni al centrodestra, sia sul fronte della leadership (quando Berlusconi cederà il passo) sia sui tanti fronti intermedi. Anche se, avverte Napoli, «è bene che siamo tutti convinti e che nessuno si metta a remare contro». Altrimenti, dice il vicepresidente dei deputati del Pdl, «il futuro rischiamo di comprometterlo».