Ecco lo sconto di Amato: in 5 anni da stranieri a italiani

Il ministro dell'Interno accelera i tempi per ottenere la cittadinanza: attese ridotte, "ius soli" e conoscenza base della lingua. Il ddl accolto alla Camera. Ma Napolitano: c'è convergenza sulla legge

Roma - Ogni bambino straniero che nasce in italia sarà italiano se uno dei suoi genitori sarà regolare e residente in Italia da tre anni. E basteranno cinque anni all’immigrato per ottenere la cittadinanza (non dieci come adesso), a patto che abbia un reddito minimo e conosca le basi della lingua italiana. È la rivoluzione della legge sulla cittadinanza che il governo aveva approvato già lo scorso agosto, ma che ora sta procedendo alla Camera con un testo leggermente rivisto e che è stato accolto dalla commissione affari istituzionali come progetto base.
Il ministro dell’Interno Giuliano Amato vuole andare spedito: «La legge sulla cittadinanza è ampiamente superata». E ieri ha avuto l’appoggio del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che si è augurato, ricevendo al Quirinale una delegazione di «nuovi cittadini» che hanno appena ottenuto la cittadinanza, «una nuova legge con larga convergenza» per decidere «chi merita di essere ammesso a pieno titolo nella nostra comunità, con tutti i diritti e i doveri che ne conseguono».
Per Amato, la riforma della cittadinanza era stato uno dei primi ddl dall’arrivo al Viminale. Ora quella proposta è stata assimilata dal ddl scritto dal vicepresidente dei deputati dell’Ulivo Gianclaudio Bressa, della Margherita. Viene introdotto lo ius soli (cittadinanza per nascita) e si impongono alcuni punti fermi per ottenere il passaporto italiano, tra i quali conoscere l’italiano «almeno al pari di un bambino che frequenta la terza elementare».
«In Italia - ha accelerato Amato - è tempo di cambiare una legislazione in tema di cittadinanza, ampiamente superata proprio da quei principi che noi stessi diciamo di voler rispettare e che sono quelli istitutivi dell’Unione Europea». La legge attuale «è tuttora ancorata ai principi che si rapportano all’etnia con lo “ius sanguinis”, o allo stato civile con lo “ius connubi”». Il Parlamento, ha sottolineato il ministro dell’Interno, «sta lavorando con quello spirito costruttivo adatto a temi di tale natura». La nuova legge, a parere di Amato, «deve puntare su una nuova disciplina in nome del principio di inclusione. Mi auguro che il Parlamento licenzi una nuova legge per la cittadinanza, che sia all'altezza dei tempi».
Secondo Napolitano, la cittadinanza si può considerare come la «tappa finale di un processo di integrazione», perché chi chiede di diventare cittadino «normalmente lo fa perché ha deciso di restare, di far parte della popolazione, di non rimanere mera componente individuale». Ma la cittadinanza per il capo dello Stato è anche uno strumento che viene dato per «incoraggiare l’integrazione», con uno Stato che offre «una sorta di benevolenza istituzionale che può risultare utile nei processi di integrazione».
Nonostante l’auspicio per una soluzione condivisa, il progetto di legge all’esame della Camera non soddisfa tutti. Per Maurizio Gasparri (An) «cinque anni per il diritto di cittadinanza sono pochi». È positivo l’appello per un’ampia convergenza sulla legge, sostiene invece Jole Santelli (Forza Italia), ma la cittadinanza «può essere solo il risultato di un percorso di integrazione compiuto». «La difesa della nostra identità è un valore imprescindibile. La ricetta del governo è sbagliata», avverte Roberto Cota, vicepresidente dei deputati del Carroccio. È cauto anche Massimo Donadi, capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera: la legge sulla cittadinanza va rinnovata, ma, avverte, «l’integrazione è un percorso difficile che si realizza quando vi sono tutte le condizioni affinché l'integrazione sia vera e non di facciata. Nel delineare le linee di una nuova legge non possiamo non tener conto di fenomeni come quello accaduto in Francia, con la rivolta delle banlieue».