Ecco come si distingue un cattolico in politica

C ontinua, praticamente senza soluzione di continuità, la discussione sul ruolo dei cattolici nella vita politica. Dopo le valutazioni sul loro peso nel nuovo governo, autorevoli esponenti dell’opposizione hanno più volte messo in guardia sul pericolo che la Chiesa si ponga come organizzazione in qualche modo al servizio del potere. Come spesso accade, il problema è un altro, non schematizzabile in questa rozza ottocentesca contrapposizione. A chi è preoccupato per la presenza - scarsa o eccessiva, a seconda che la si guardi da destra o da sinistra - dei cattolici al potere, va ricordato quanto rispondeva don Giussani in un'intervista del 1996 di Pierluigi Battista, sulla Stampa. Alla domanda: «Ma lei si sente più garantito da un cristiano al governo?», il sacerdote milanese rispondeva: «No. Il problema è la sincera dedizione al bene comune e una competenza reale e adeguata. Ci può essere un cristiano ingolfato nei problemi ecclesiastici la cui onestà naturale e la cui competenza possono lasciare dubbi». Molti esempi in questi sessanta anni di storia repubblicana lo dimostrano. Dagli anni ’50 in poi molti cattolici, paradossalmente alleati di coloro che oggi hanno paura degli interventi della Chiesa, sono divenuti i più feroci assertori, anche nell'ultimo periodo, di uno statalismo «buono», all’origine della gran parte dei mali attuali del nostro Paese. Ma allora, per evitare il rischio di un potere fine a se stesso, occorre rifugiarsi a uno spiritualismo disincarnato? Piuttosto, come ha detto il pontefice all’assemblea generale della Cei, di fronte alla sfida del relativismo e del nichilismo che riguarda tutti, servono «educatori che sappiano essere testimoni credibili di quelle realtà e di quei valori su cui è possibile costruire sia l'esistenza personale sia progetti di vita comuni e condivisi». Il cristianesimo ha una reale incidenza storica quando è vissuto non come una ideologia teorica, ma come un’esperienza personale in cui si guardi e si segua la Presenza misteriosa e amica che abita la realtà. Chi vive così diventa utile a tutta la compagnia umana - come dimostra la storia del nostro Paese -, perché prende coscienza del desiderio di bene che alberga nel suo cuore, diviene capace di cogliere i veri bisogni di qualunque uomo, comincia a costruire opere che sono forme di vita nuova, sa chiedere alla politica di salvaguardare l'affermazione di quei valori che rendono più umana la convivenza di tutti. E se fa politica la rinnova, con pazienza, dal di dentro, in qualunque posizione di potere sia o qualunque compito abbia.
Giorgio Vittadini*Presidente Fondazione per la Sussidiarietà