Ecco come si vive con la paura dei kamikaze

In un altro mondo, quello in cui il terrorismo è vita quotidiana, come accade in Israele, l’eventuale bomba si chiama semplicemente «hefez hashud», oggetto sospetto. Quando lo si scopre sotto l’apparenza di un pacco, di una valigia, di qualsiasi cosa, si avverte la polizia che viene con un piccolo robot a farla saltare. È un’unità molto occupata. Un «hefez hashud» non fa urlare di paura, non induce a fughe inconsulte, non spinge a investigare con occhi ansiosi dove sia il rifugio più vicino, mentre ti chiedi semmai come passare sopra la testa dell’anziana signora in piedi dietro di te. Dove il terrorismo delle bombe è uno slalom quotidiano, capita di fare tardi a un appuntamento. Sì, mi scusi tanto, c’era un «hefez hashud» sull’autostrada Tel Aviv-Gerusalemme. Sei fermo da un’oretta di fronte all’entrata di un ufficio, o di una scuola, di un grande magazzino dove hai lasciato un pacco e non puoi entrare finché non arriva il robot e danno il via libera? Pazienza, a volte capita, in una giornata puoi incontrarlo anche due volte. La radio annuncia con voce piatta durante le notizie sul traffico: «Rallentamenti sulla strada numero 6 per la presenza di un hefez hashud vicino a Bacha el Garbiya». Non lo dice mai durante le notizie. Ok, si sa, speriamo non ci siano altri contrattempi, altrimenti faccio tardi.
Si può vivere con la minaccia costante del terrore; è un pensiero remoto, una serie di comportamenti che diventano regolari, familiari, uno sguardo circolare che si fa abitudine, una veloce occhiata dietro la schiena. Ma anche una maggiore fame di vita, un indicibile gusto di incontrare, di parlare, di prendere l’autobus, di godersi gli amici nei posti pubblici. Mi ricordo, quando ogni angolo di Gerusalemme scoppiava, come, in visita a Roma, mi piaceva prendere l’autobus per Largo Argentina, godermi la folla in piedi, le curve in cui ci si attacca alle maniglie, chiedermi alle fermate, guardando i passeggeri che salivano, se magari ci fosse, lusso di un pensiero un po’ vano, un qualche ladro. Non dei terroristi. Che sollievo.
Nel Paese dell’«hefez hashud» impari a farti automaticamente verificare la borsa a ogni ingresso in un locale pubblico, scuola o supermarket; persino sulla porta della clinica ti frugano, e hanno ragione, alcuni si sono fatti scoppiare dal dottore; impari la tenerezza verso quei ragazzi che siedono sul panchetto fuori del caffè e per due lire fanno da scudo col proprio corpo al prossimo terrorista. Impari a tornare al tuo caffè, al tuo tavolo preferito dopo che è già saltato per aria una volta facendo una strage; anzi, ti piace di più tornarci per sberleffo, e per tigna vuoi il tavolo nella prima fila dopo l’ingresso. E anche se la seconda Intifada è finita, quando entra qualcuno con una giacca troppo voluminosa lo guardi bene, lo segnali al cameriere, valuti se allontanarti.
Durante l’Intifada chi poteva accompagnare a scuola i figli in macchina o a piedi evitava di prendere l’autobus, ma anche il contatto parafango a parafango in una città che è esplosa a ogni angolo ti fa ricordare che un tuo amico è rimasto ucciso nell’onda del fuoco quando è esploso l’autobus davanti al suo veicolo. Quando il terrorismo diviene parte della vita quotidiana, nel tuo mondo entrano feriti e famiglie orbate e che tali resteranno per sempre, perché il terrorismo comincia, non finisce con lo scoppio e resta con te per sempre.
Diventano normali episodi incredibili in cui c’è chi ci resta preso due, tre volte nella stessa città, bambini rimangono senza genitori, genitori senza i loro bambini, qualcuno perché mangiava una pizza, qualcuno perché faceva la spesa... Questo è il terrorismo, la guerra peggiore del mondo, quella contro i soli civili innocenti. E tuttavia si disegna una mirabile compensazione psicologica, ogni cena fuori è preziosa, ogni film che vedi al cinema è un godimento, il senso di solidarietà e la forza d’animo che si disegna fra la gente è speciale. Ognuno resta attaccato con le unghie e con i denti alla propria normalità, e quella normalità, quella mancanza di paura, quel restare vivo e attivo è la sua vittoria.
Una volta ho intervistato un cameriere del Café Cafit al Quartiere Tedesco, il quartiere bohémien di Gerusalemme: era uno studente bello e quieto che scoprì sul cancello del bar un terrorista carico di esplosivo, gli prese lo zaino e lo portò lontano dal pubblico.
Quando gli chiesi se aveva avuto paura disse che gli avventori erano cinquanta, lui uno solo, il resto veniva da sé. Mi raccontò anche che quando arrivò a casa, la mamma che aveva sentito tutto alla radio non gli dette il tempo di salutarla: gli tirò uno schiaffone. Ho sentito mille di queste storie. Così si fa quando si vive in mezzo aglii hefez hashud: si cerca di essere eroi, e di restare persone normali.