Ecco la sinistra snob: a destra solo plebei

&quot;Repubblica&quot; celebra la borghesia illuminata milanese che si è coagulata intorno a Pisapia. In realtà disprezzano gli avversari, in testa l’ex dc Bassetti che insulta leghisti e berlusconiani <br />

Siete, siamo, tutti plebei. Quelli che votano Lega, quelli che non si riconoscono in Pisapia, quelli che non trovano posto nei salotti dell’oligarchia milanese. Quello che sta accadendo a Milano è davvero una cosa buffa. Il vecchio blocco sociale degli ottimati, borghesia patrizia, con un certo disprezzo sociale verso chi non gli assomiglia, si sta stringendo intorno a Pisapia, distinto avvocato post comunista, per riconquistare la città e chiudere la parentesi berlusconiana. Quello che sorprende non è la scelta, ognuno può votare per chi vuole, ma la filosofia, quell’aria da sputi in faccia, di bocche storte, quell’idea che loro sono i migliori, colti, onesti, con un passo già nel futuro e pura razza umana.

Tutti gli altri sono feccia: plebe, plebaglia, cafoni più o meno arricchiti. La campagna elettorale di Pisapia sta diventando questo. È l’astio di chi si percepisce come un’aristocrazia, destinata a governare per grazia di Dio e volontà della nazione. È gente che ama la democrazia solo se a vincere sono loro. Quando perdono parlano di populismo e bestemmiano il popolo idiota e lobotomizzato dalle televisioni. Alberto Statera su Repubblica li racconta come grandi borghesi. A sentirli parlare assomigliano a quel vecchio notabilato di provincia che si lamenta dei centri commerciali, dispensa premi letterari in stile tardo Novecento e si sente moderno perché ti parla ogni cinque minuti di glocalismo, reti, flussi e rizomi. Non si accorgono che, per quanti sforzi facciano, restano miseramente vecchi. Il loro futuro è già obsoleto. E puzza di razzismo sociale.
Il leader dei neo oligarchici è Piero Bassetti, ex «basista» democristiano, ottant’anni, primo presidente della Lombardia. È lui che definisce gli elettori leghisti plebei e parla della Moratti come «bottegaia» o «benzinaia». Con disprezzo.

Non solo verso la Moratti, ma soprattutto per i bottegai, cioè i commercianti, e i benzinai. Forse anche verso i tassisti, gli artigiani, magari gli operai, probabilmente ama i contadini ma solo se non pretendono di sedersi nello stesso salotto dove con i suoi amici prepara la lista degli assessori. E viene in mente una canzone di De Gregori, Celebrazioni, di un paio d’anni fa: «Ci sono posti dove sono stato, dove il Piave mormorava e la sinistra era paralizzata e la destra lavorava, in certe stanche stanze dove discutono di psichiatria, di terrorismo e di fotografia».
Quelle «stanche stanze» si sono appiccicate a Pisapia e se rischiano di regalargli la vittoria prima o poi chiederanno il conto, con la loro puzza sotto il naso e gli affari che comunque sanno di petrolio, con le caste dei notai e i finanziamenti per l’arte di Stato, con la divisione manichea tra salotti e bottegai, patrizi e plebei, notabili e cafoni. Tutto questo con la scusa che loro sono il nuovo ceto medio, la nuova borghesia. Ma è una razza che il ceto medio non lo incontra neppure al bar, dopo un cappuccino con la brioche. Statera li narra come Gruppo 51, il cinquantuno è la percentuale per vincere. Si sono autoconvocati al circolo socialista De Amicis, «sito evocativo del riformismo ambrosiano», per sostenere nell’ultimo miglio la candidatura di Pisapia. Quelli come loro esistono da sempre. Sono gli stessi in fondo che appoggiarono la dittatura di Silla nella Roma delle guerre civili, i «catoniani», gli ottimati, appunto, che sacramentavano in Senato contro la volgarità dei tempi e predicavano il ritorno al mos maiorum, il costume degli antichi. Erano quelli che usavano l’arte oratoria di Cicerone, ma alle spalle continuavano a marchiarlo come un burino di Arpino.

Gli ottimati di Milano sono il costituzionalista Valerio Onida, il banchiere Profumo, il collezionista d’arte Giuseppe Berger, il notaio Giuseppe Fossati, il filosofo Fulvio Papi, il designer Ronchi e la pubblicitaria Testa. Come scrive compiaciuto Statera: «Altro che Zingaropoli». Sono in 101, tanto per dare il senso della carica, e sono convinti che salveranno Milano dalle barbarie. La democrazia per loro non è più questioni di voto. Ma di razza. Razza patrizia.