«Ecco il sondaggio Usa: Forza Italia al 24,6%»

Gianni Pennacchi

da Roma

La Cdl è «in forte ripresa» e «grande avanzata», la vittoria è a portata di mano, anzi ormai «assicurata», coraggio miei prodi - con la p minuscola, ovviamente - perché Forza Italia in particolare è «già sopra il 24%, esattamente al 24,6%». Dunque avanti e niente paura, tutti gli uscenti saranno ricandidati e chi non dovesse farcela verrà ripescato con le dimissioni dei chiamati al governo, lo slogan della campagna è «scegliamo di andare avanti» e datevi da fare nel territorio: ma battete sulle cose che abbiamo fatto e quelle che faremo, «invitate a cena almeno cinque persone ogni giorno», e non vi invischiate in questioni ideologiche, «ai comunisti ci penso io».
Mezz’ora soltanto nel saloncino del gruppo forzista a Montecitorio per il brindisi di fine legislatura, ma che Silvio Berlusconi ha caricato a mitraglia, galvanizzando i suoi deputati, anche i più timorosi di restare a casa. Il piatto forte eran quei numeri «inequivocabili» del sondaggio americano, del quale non ha fornito altri particolari ma che aveva opposto alla domanda dei giornalisti sul portone: mettiamo che finisca col famoso pareggio... «Non mettiamo proprio niente», ha risposto secco, «perché non ci sarà alcun pareggio. Vinceremo noi».
Proprio ier mattina aveva tenuto «una sessione con i vertici» della società rilevatrice americana, tale da fargli «confermare che siamo in testa, anche se di poco». I sondaggi «saranno presto pronti», promette il premier; nel frattempo il portavoce Paolo Bonaiuti smentisce le illazioni che indicano in Frank Luntz il regista di tali sondaggi: «Non è vero nel modo più assoluto, sono le solite bugie della sinistra. Oggi è Luntz, domani si inventeranno il dottor Kurtz: danno libero corso alla loro fantasia».
A liberare invece le speranze dei deputati forzisti ha provveduto con gran foga Berlusconi stesso, anticipando quel 24,6% (due settimane fa Forza Italia era data al 20%) e ribadendo che «se l’affluenza alle urne sarà elevata - dall’82% in su - la maggioranza sarà nostra». Anche in caso di vittoria però, grazie alla nuova legge elettorale almeno una cinquantina di deputati resteranno senza scranno, ma anche qui il leader riaccende le speranze. C’eran timori per le «pagelle» coi «voti di fedeltà» che i capigruppo stanno redigendo insieme a Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto, ma il premier ha minimizzato, «non ho aperto alcuna cartellina, se ne parlerà la settimana prossima coi coordinatori regionali» ha detto lasciando intendere chiaramente che le liste le farà lui, personalmente. Poi ha promesso: «Sarete tutti ricandidati, voglio fare i complimenti a tutti perché abbiamo lavorato bene. E poiché vinceremo, chi sarà ministro o sottosegretario dovrà rinunciare al mandato parlamentare a favore dei primi non eletti». Ancora sulle liste, per non danneggiare i parlamentari uscenti: «Le new entry saranno ridotte al minimo, pochissimi nomi ma di grande spicco e richiamo»; mentre i posti sicuri per i piccoli alleati, da Stefania Craxi a Francesco Nucara, son da considerarsi «atti dovuti».
Che cosa bisogna fare? Impegnarsi «in prima persona» come lui, che ogni settimana si recherà «in tre o quattro posti» perché «ogni volta che parlo faccio tre milioni di spettatori mentre Prodi al massimo un milione». Ogni deputato «percorra in lungo e in largo il collegio» ma senza far campagna sull’anticomunismo, «tanto ai comunisti ci penso io» ha sorriso, «voi battete sulle falsità e le contraddizioni della sinistra. Faremo a pezzi il programma di Prodi! Visto, no? Gli ci sono voluti mesi per riempire 284 pagine di fumo, noi in poche ore abbiamo trovato l’intesa sul programma in 10 punti». Almeno in linea generale, se nel pomeriggio Giulio Tremonti, Marco Follini e Silvano Moffa son tornati a riunirsi proprio per il programma della Cdl.
Infine, ancora un commento salace coi giornalisti che gli evocavano il «bastone» minacciato da Romano Prodi nei confronti di chi lo sostiene: «Che paura... Prodi non s’è ancora accorto che il bastone del comando non ce l’ha lui, ma un altro signore che si chiama D’Alema».