Ecco come è stato falsato il dialogo sull’arma di Cogne

«Se si trovasse sarei il primo a condannare mia figlia», dice Giorgio Franzoni, intercettato sull’auto del genero. Invece gli hanno messo in bocca: «Speriamo non la trovino»

Stefano Zurlo

da Milano

Una frase innocua. Pronunciata dal nonno di Samuele Lorenzi dopo aver parlato con l’avvocato Federico Grosso il 22 febbraio 2002: «L’avvocato spera che non si trovi l’arma del delitto. Così Annamaria è scagionata». Una frase tagliata ed estrapolata dal contesto che ieri viene pubblicata da un quotidiano con un senso esattamente opposto: «Speriamo che non trovino l’arma». Bastano poche parole, mal cucite, per riaprire il giallo di Cogne: forse i familiari di Annamaria Franzoni avevano trovato da qualche parte nella villetta di Cogne, l’arma del delitto e l’avevano fata sparire? La lettura dei brogliacci stesi dai carabinieri che intercettavano i movimenti del clan Franzoni-Lorenzi, dimostra un’altra verità: nessuno in famiglia sa nulla. Nemmeno Giorgio Franzoni, il papà di Annamaria.
Anzi, qualche giorno dopo il patriarca esprime ben altro convincimento: «Giorgio - trascrive il militare che sbobina le chiacchierate avvenute sull’auto di Stefano Lorenzi, marito di Annamaria, fra il 13 febbraio e il 13 marzo 2002 - dice che se si trovasse l’arma, sarebbe il primo a condannarla». Frase durissima, almeno a giudicare dal supersintetico brogliaccio. Del resto l’uomo è precipitato come tutti nel dramma la mattina del 30 gennaio, quando il piccolo Samuele è stato massacrato. Giorgio sta parlando con Stefano e ormai mancano poche ore all’arresto di Annamaria che avverrà il 14 marzo. L’arma, tuttora misteriosa, non salta fuori, ma Annamaria, la sola supersospettata, non è stata scagionata. E in famiglia, dopo lunghe ricerche a tentoni, non sanno più che pesci pigliare.
Un passo indietro, coversazione numero 236 del 22 febbraio: «Giorgio dice che sono passate troppe persone. Dicono che comunque in due o tre minuti era difficile nascondere l’arma, quindi è stata buttata via e manca qualcosa da casa».
Che cosa? Nella villetta si vuol capire. Intanto si fanno anche altri calcoli, più spiccioli. Conversazione 237: «Giorgio asserisce che l’avvocato spera che non si trovi l’arma del delitto così Annamaria è scagionata. Dice che se si trova poi serve per capire chi è stato. Se invece trovi l’arma del delitto in casa, e non sono rilevanti le impronte, resta sempre il dubbio». Scenari. Ipotesi. Balbettii investigativi. «La cosa che interessa di più all’avvocato è scagionare Annamaria. E una volta che Annamaria è scagionata, poi possiamo pure trovare il vero assassino». L’avvocato, naturalmente, è Federico Grosso, difensore della signora fino all’avvento di Carlo Taormina.
Passano i giorni. È il venticinque febbraio. Sull’auto ci sono Giorgio, Annamaria, Stefano. Le ricerche non hanno dato frutti. Ma la mamma è sempre più nel mirino dei carabinieri e della Procura di Aosta. Lei però, innocente o colpevole che sia, spera di cavarsela. Conversazione 338: «Giorgio è convinto che i carabinieri stanno cercando l’assassino ma sono uomini e non superuomini. Annamaria - prosegue la trascrizione - dice “adesso che non c’è l’arma, mi scagioneranno oppure no?”, Giorgio dice che, secondo Grosso, il fatto che non c’è l’arma dovrebbe scagionarla. Chiede se c’è il pentolino, il tagliapane, ecc.ecc. Parlano della casa. Poi chiede se hanno preso i piatti e i cassetti». Qualche minuto dopo, il padre prova ancora una volta a rassicurare la figlia: «Giorgio dice che l’importante è che non hanno trovato l’arma del delitto».
Passano le settimane. Intercettazione del 9 marzo. Giorgio è preoccupato. Ma non si tira indietro, a tu per tu col genero, davanti al più doloroso dei ragionamenti: «Giorgio dice che se si trovasse l’arma, sarebbe il primo a condannarla». Insomma, non esiterebbe a puntare il dito contro la figlia se si accertasse la sua colpevolezza. Ma l’arma non c’è. E tutta la storia resta avvolta in un alone di indecifrabilità. Un fatto è certo: Giorgio Franzoni ha solo riferito le parole dell’avvocato.