Ecco la svolta dei big Scorsese e Spielberg: dopo gli effetti speciali il 3D diventa d'autore

Oltre ai due grandi registi anche Wenders lancia un film con la nuova tecnologia che non convince il pubblico. Il kolossal ispirato al celebre fumetto<em> Tintin</em> si vedrà con gli occhialini.  Sullo schermo anche un <em>biopic</em> dedicato alla grande coreografa Pina Bausch

Tornano i veterani e salvano il 3D, confermando che quando il gioco si fa duro, i grandi vecchi vendono cara la pelle. E guardano indietro, per andare avanti, Martin Scorsese, Steven Spielberg e Wim Wenders, affascinati dalla digitalizzazione e dalle nuove opportunità, però non proni alle leggi del frastornamento forzato. Il pubblico, disamorato del formato tridimensionale pompato su film privi di valore aggiunto, cominciava a disertare le sale zeppe di «eventi», preferendo le versioni in 2D, spesso offerte in contemporanea (vedi Il vampiro della porta accanto della Disney). Stanchi di mostri e pupazzi che ti zompano addosso, senza dare emozioni e stufi dei titillamenti tecnologici fini a se stessi,gli spettatori stavano per buttare alle ortiche i costosi e scarsamente igienici occhialini. Ma le vie dell’ingegno sono infinite e ora il gioco, che pareva finito dopo gli entusiasmi per Avatar, torna nelle mani del 68enne Scorsese, al suo primo film in 3D: Hugo. Aspetteremo il 16 dicembre per goderci questa lettera d’amore alla storia del cinema, con Ben Kingsley nel ruolo di Georges Méliès (1861-1938), il padre degli effetti speciali di Viaggio sulla luna e colui che, con i fratelli Lumière, è ricordato come il pioniere della Settima Arte. E i venti minuti offerti dal Festival di Roma saranno un supplizio di Tantalo.
Però una cosa va detta subito: il regista di Taxi Driver, cinéfilo amante dei restauri, ribalta l’uso convenzionale del 3D e fa l’opposto di James Cameron. Giocando con la profondità di personaggi e oggetti inquadrati, Scorsese muove costantemente le cineprese verso l’inquadratura, puntando sulla nostra percezione del movimento e non sull’ossessione cinematica del balzo verso lo spettatore.
Un uso intrigante del 3D, quindi, che mira a immergere il pubblico nell’atmosfera romantica degli anni Venti parigini, evocati dal romanzo di Brian Selznick Hugo Cabret dal quale è tratta la storia dell’orfano dodicenne Hugo (Asa Butterfield), di casa nel gigantesco orologio della stazione di Parigi. Il bambino cercherà di far funzionare un robot lasciatogli in eredità dal padre, non senza scoprire che il venditore di giocattoli dal quale, ogni tanto, rubacchia, è Georges Méliès in persona. Il quale, nella vita vera, sposò un’attrice che aveva un chiosco di dolci e giocattoli alla stazione di Montparnasse. «Nel mio film, il cinema stesso è la connessione emotiva tra il bambino, il padre, Méliès e la sua famiglia. Si tratta di come la gente riesce a esprimersi, usando la tecnologia», spiega Scorsese. Anche Wim Wenders fa dialogare anima e tecnologia nel suo omaggio a Pina Bausch, la coreografa tedesca e sua amica fatta rivivere in Pina (dal 4 novembre), dove i gesti dei danzatori e ogni dettaglio coreografico emergono con nitore implacabile per lasciarsi comprendere e amare. «Solo incorporando la dimensione dello spazio potevo portare sul grande schermo il teatro danza di Pina», dice il regista, che surclassa ogni avatar blu con i movimenti morbidi e rotondi di eccellenti ballerini in carne e ossa.
E morbidezza grafica, con ritorno a un classico del passato,è la cifra de Le avventure di Tintin in 3D (dal 28), il nuovo kolossal firmato Spielberg. Ma ci vuole Totò per divertirsi: nel 1953 Totò in 3D - Il più comico spettacolo del mondo di Mario Mattoli fu il primo film italiano, realizzato in Ferraniacolor con la tecnica tridimensionale. Per la presa in giro di Cecil De Mille, due le camere da presa: una per l’occhio sinistro e una per l’occhio destro.