Ecco le telefonate tra la cricca e la corte di Fini

L’imprenditore che rideva del terremoto all’Aquila bussò a Montecitorio
per sbloccare fondi da 1,5 milioni e la segretaria di Fini si mise a sua
disposizione. Dal suo ufficio anche le spinte per il "cognato" Tulliani
in Rai. Ecco le telefonato tra la cricca e la corte di Fini: <strong><a href="/interni/ho_parlato_rita_ci_pensa_lei/30-08-2010/articolo-id=469938-page=0-comments=1">leggi i testi</a></strong>

RomaLa Camera degli affari di Gianfranco Fini sta a piazza Montecitorio. È da lì che il presidente si dà da fare per aiutare i suoi amici. Parenti e amici. Ed è lì che li riceve: nel novembre del 2008 accoglie il cognato Giancarlo Tulliani per cercare di farlo sfondare nell’ambito televisivo facendo pressioni su viale Mazzini. Nel novembre dell’anno successivo, ma anche lo scorso gennaio, il suo ufficio ospita invece il costruttore e socio di Anemone, Francesco De Vito Piscicelli: la celebre «iena della cricca» perché intercettato a sghignazzare la notte del terremoto in Abruzzo il 6 aprile 2009. L’imprenditore sognava già di fare soldi a palate grazie al sisma dell’Aquila e alla sua rete di amicizie. Amicizie altolocate visto che sempre grazie alle intercettazioni s’è scoperto che Piscicelli aveva ottimi rapporti anche col presidente della Camera. Tanto da chiamare la sua fidatissima segretaria, Rita Marino. «Senta dottoressa - dice Piscicelli al telefono il 24 novembre 2009 - avevo bisogno di vederla un minuto per una cosa vitale...». E la Marino: «Io sono qua». Concordano una visita per il giorno successivo: «Domani alle 10 e mezza 11 va bene?». E la Marino: «Domani un attimo... Allora domani è 25... Sì sì va benissimo». Chissà se Piscicelli ha incontrato soltanto la segretaria o anche lo stesso Fini, in quel pomeriggio impegnato a stringere la mano, sempre a Montecitorio, al presidente del Turkmenistan, Gurbanguly Berdymukhammedov. La Marino, comunque, sarebbe stata determinante per sbloccare un pagamento da 1,5 milioni di euro a Piscicelli per l’appalto relativo alla costruzione della piscina di Valco San Paolo per i mondiali di nuoto a Roma. Tanto da meritarsi un bel regalo in occasione del Natale. Intercettato al cellulare con la sua segretaria, Piscicelli chiede: «È tutto pronto?». E l’altra: «Quello di Rita Marino sta sulla scrivania». La consegna? Probabilmente il 22. Il 23 dicembre, rispondendo alla richiesta se la Marino s’è attivata o meno per quella pratica, il costruttore risponde: «L’ho vista ieri». A Montecitorio? Solo lei? O anche Fini che, quel giorno, riceve alla Camera una delegazione della Cisl con Bonanni? Un altro passi per la Camera, Piscicelli dovrebbe averlo ottenuto nel gennaio del 2010. Forse per riparlare vis à vis di quella bega sul cantiere della piscina romana: lavori in ritardo, costi cresciuti a vista d’occhio, necessità di sbloccare le rate del Comune di Roma, come poi di fatto avverrà, per un totale di 1,5 milioni di euro. Sblocco avvenuto anche grazie a Rita, e presumibilmente al suo capo Fini, in contatto assiduo con Piscicelli.
Insomma, il costruttore va e viene da Montecitorio un po’ come il cognato di Fini, Giancarlo Tulliani, desideroso di farsi lanciare nel business della tv di Stato grazie all’appoggio dell’influente parente. «Elisabetto» è presente al piano nobile della Camera dei deputati il 18 novembre 2008. Quel giorno Fini proprio alla Camera, oltre a ribadire che «le leggi razziali del 1938 sono state una delle pagine più vergognose della storia italiana», è impegnato in affari ben più terra a terra: fare pressioni su un alto dirigente Rai, Guido Paglia, per dare un aiutino al lì presente rampollo. Peccato che il manager di viale Mazzini abbia la schiena dritta e si oppone: «Gianfranco, cosa mi chiedi? Lo sai che ci sono delle regole, bisogna essere iscritti all’albo fornitori della Rai, c’è una concorrenza sterminata delle major...». Insomma, il sogno di acquistare film all’estero e poi rivenderli alla tv di Stato sfuma di fronte alla schiena dritta di Paglia con il quale Fini rompe un’amicizia trentennale. Ma mica si dà per vinto, il presidente della Camera. Ieri Dagospia si domandava: dopo il no di Paglia chi è quell’altissimo dirigente Rai che fu convocato nell’appartamento privato del presidente della Camera per «spingere» la nascente impresa di produzione cine-televisiva del cognato Elisabetto? Le voci e le smentite si accavallano ma le ipotesi più accreditate parlano del «tridente del Ma». Tradotto: Fini potrebbe aver provato a premere su Masi, Mazza e Marano. Mauro Masi, diventato direttore generale della Rai nell’aprile del 2009, è stato capo di gabinetto del vicepresidente del Consiglio dei ministri durante il governo Berlusconi II e Berlusconi III. E chi era vicepremier di Berlusconi in tutte e due le circostanze? Gianfranco Fini. Forse in nome di antica amicizia e vicinanza... Oppure avrebbe potuto spingere i Tulliani su Mauro Mazza, gavetta al Secolo d’Italia, tifosissimo come Gianfranco della Lazio, brillante ascesa in Rai fino a diventare direttore del Tg2 nel 2002. Carica mantenuta fino al maggio del 2009 per poi passare a dirigere Raiuno. Terza ipotesi: Antonio Marano, ex direttore di Rai 2, nel maggio del 2009 nominato anche vicedirettore generale di Viale Mazzini.