Ecco il tempio di Diana, dove re scaccia re

Diventava sacerdote-custode del luogo sacro chi riusciva a uccidere il rex con un ramo

Nica Fiori

Lo Specchio di Diana. Così era chiamato un tempo il lago di Nemi per via del santuario che si rifletteva nelle acque dell’antico cratere. Oggi il bosco di lecci non è più intatto come una volta e il tempio, ridotto a pochi ruderi, dista qualche centinaio di metri dalla riva. Per arrivarci bisogna percorrere a piedi un sentiero tra la vegetazione, finché si arriva a un cancello chiuso, dal quale si vede un muro con nicchioni semicircolari costruito sul pendio della collina. La suggestione del luogo è legata all’atmosfera incantata del bosco sacro (in latino nemus, da cui deriva il toponimo del lago), che era deputato in realtà a un feroce rituale. La dea imponeva al suo sacerdote-custode (rex nemorensis) una ben crudele regola: un altro uomo poteva prendere il suo posto se, dopo essersi impossessato di un ramo sacro, lo uccideva. Si trattava quasi sempre di uno schiavo fuggiasco, che poteva accedere al ruolo regale solo dopo questa prova di forza, e rimaneva in carica fino a che non veniva a sua volta ucciso da un altro. Quanto al ramo, secondo James Frazer, autore de «Il ramo d’oro», doveva trattarsi di una fronda di vischio, una pianta parassita considerata sacra se unita alla quercia.
Il culto di Diana Nemorense era in realtà piuttosto complesso. La crudeltà di certi riti era legata alla natura selvaggia di dea della caccia, abituata ad uccidere con l’arco la selvaggina. Ma la dea era allo stesso tempo protettrice degli animali cacciati e degli schiavi fuggiaschi. Inoltre, pur essendo votata alla castità, era la signora della fertilità, come la sua equivalente greca Artemide, che a Efeso era raffigurata con una triplice fila di mammelle. Come personificazione della luna di agosto, la dea colmava le fattorie di frutti e concedeva prole alle famiglie. Il santuario del lago Nemorense era meta dei pellegrinaggi dei romani, soprattutto dei cacciatori, che lo raggiungevano con i loro cani inghirlandati, e delle donne che vi si recavano di notte in processione al lume delle fiaccole, chiedendo la sua protezione per un buon parto.
Durante la fase di luna calante, Diana era adorata come Ecate. A lei si attribuiva il compito di guidare le anime dei defunti e di proteggere le strade e i crocicchi.
Anche il re del bosco aveva un secondo nome, Virbio, ovvero «l’uomo nato due volte» (da vir, uomo, e bis, due volte), in riferimento al mito di Ippolito. Questo, figlio di Teseo, aveva suscitato l’amore della matrigna Fedra che, non ricambiata, si vendicò accusando il giovane di averla insidiata. Teseo maledisse il figlio e invocò Nettuno perché lo punisse. Il dio fece uscire dal mare un drago e Ippolito morì travolto dai suoi cavalli imbizzarriti. Poiché Ippolito era sempre stato un adoratore di Artemide, la dea decise di farlo rivivere grazie al dio della medicina Asclepio, che lo resuscitò. Virbio fu quindi portato nel bosco sacro di Nemi, dove regnò insieme a Diana e tramandò il nome ai sacerdoti. A questo proposito è significativo che nel calendario cristiano il 13 agosto (giorno corrispondente alle idi) si festeggi Sant’Ippolito, anche lui ucciso dai suoi cavalli e forse non è un caso il riferimento nel nome al greco ippos, cavallo.
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