Ecco 'La terra degli uomini rossi'. Bechis: "Gli indios? Attori nati"

In gara al festival la pellicola sul Brasile che Venezia ha strappato a Cannes. Oggi la presentazione del cartellone della Mostra. Il regista: i nativi del Mato Grosso hanno l’istinto della recitazione

Roma - È stato il primo dei quattro italiani in concorso ad esser preso, con largo anticipo, per sottrarlo a Cannes. Si chiamava Birdwatchers, ma ora, in vista dell'uscita del 5 settembre, l'italo-cileno Marco Bechis l'ha ribattezzato La terra degli uomini rossi. Birdwatchers è rimasto nel sottotitolo. Strano film, di produzione italo-brasiliana, con l'aiuto di un fondo di garanzia e Raicinema che distribuisce, parlato largamente in portoghese, anche dai due attori italiani coinvolti, cioè Claudio Santamaria, che fa Roberto, «lo spaventapasseri» con cappellone al soldo dei potenti, e Chiara Caselli, bella moglie del fazendeiro. Bechis, classe 1957, ha il cuore piantato nell'America Latina, vi ha girato Alambrado, Garage Olimpo, Hijos, film aspri e toccanti, politicamente agguerriti. Non sorprende che Marco Müller l'abbia voluto in gara a Venezia, come spiegherà oggi, presentando il menù della 65ª Mostra.

Inutile dire che il regista non si smentisce nella scelta del tema: duro, un tempo si sarebbe detto «di denuncia». Scrive nel suo blog: «Seguendo le campagne di Survival in difesa delle popolazioni indigene, ho saputo dei numerosi suicidi tra i giovani Guarani-Kaiowà del Mato Grosso do Sul e delle loro lotte per la rioccupazione delle terre ancestrali, la retomada. Era il popolo che volevo conoscere da tempo, pur non avendone mai sentito parlare prima». La terra degli uomini rossi è nato così, dopo un viaggio emozionante tra le comunità indigene del Brasile, nel cosiddetto regno della soia transgenica. Il primo indio incontrato fu Ambrósio Vilhava, sarebbe diventato protagonista del film nel ruolo del capopopolo ribelle Nadío.
Rivela Bechis: «La sua vita, segnata dal degrado nella riserva di Carapò, dallo scontro quotidiano con gli agrari e dalla decisione di occupare una fazenda sorta una sessantina di anni prima sulle terre indigene, fece da traccia alla sceneggiatura. Una vicenda esemplare. Cinquecento anni dopo la Conquista, il conflitto era lo stesso, cambiato nei modi ma non nella sostanza».

Chi ha visto il film, assicura che «la giusta causa» è narrata senza scorciatoie politically correct, a ciglia asciutte, con qualche ironia verso i turisti «birdwatchers» e una punta di romance sentimentale. Del resto, sarebbe stato troppo facile schematizzare: da un lato, solo i biechi coltivatori di soia che abbattono gli alberi della foresta amazzonica, usano le ruspe e sfruttano gli ultimi della terra; dall'altro, gli indios affamati ma dignitosi, fieri delle proprie radici, intenzionati a riprendersi la terra per seminare solo quanto serve alla loro sopravvivenza. Per quanto, a far da detonatore alla vicenda, è il suicidio di un ragazzino che si impicca, incapace di resistere alla miseria, all'umiliazione. Non mancheranno scene di forte effetto, come una che riecheggia, nei modi, la rivolta studentesca di piazza Tien An Men, con giovani, donne e vecchi eretti davanti ai Caterpillar minacciosi.

Nondimeno il problema era: come raccontare questa guerra, con che attori? Così, dopo essersi conquistata la fiducia degli indigeni e averli incuriositi mostrando sequenze da Gli uccelli e C'era una volta il West, Bechis ha inteso rovesciare lo schema rispetto a film pure belli come Fitzcarraldo o Mission; facendo cioè dei quasi 250 indios le vere «figure» della vicenda, lasciando agli attori bianchi professionisti ruoli di sfondo. L'illuminazione arrivò un pomeriggio, durante una riunione con alcune autorità del governo. «Gli uomini e donne indigeni che parlavano a gran voce con le autorità di Brasilia possedevano un'arte retorica sofisticata, sapevano parlare in modo convincente e controllavano le parole e il corpo in modo sorprendente. Recitare fa parte della loro cultura millenaria. Avevo trovato gli attori che cercavo».