Ecco il tributo alla cecità del governo

Ancora una volta Milano paga un tributo di dolore e di paura a una dissennata politica dell’insicurezza praticata da un potere lontano, sordo e cieco. La città, per l’ennesima volta, constata con amarezza che le sue richieste di fermezza ed efficacia nel contrasto della malavita, specie straniera, restano inascoltate, rimbalzano sul muro di gomma della pochezza governativa, inutilmente frullate in un dibattito inconcludente. Quasi per una tragica ironia, l’assassinio del medico Colturani è avvenuto a pochi giorni delle prime (e forse ultime) espulsioni di stranieri indesiderabili, dalla «ammuina» voluta dal Viminale per mostrare, con tanto di decreto, una faccia feroce della quale si è subito pentito. Con eccezionale tempismo, appena entrato in vigore il decreto, sono stati acchiappati nelle strade e nelle piazze in cui abitualmente si ritrovano e si dedicano ai loro traffici, pochi e notissimi pregiudicatelli, adattissimi a far immaginare un rigore che non c’è. Sono stati allontanati – lo stesso è accaduto in qualche altra città – mentre si alzava il coro dei fautori delle «porte aperte» che lacrimavano come se dalle stazioni italiane partissero sinistri convogli di vagoni piombati. I voltafaccia del governo sono stati rapidi come la sceneggiata delle deportazioni sul tamburo. I criminali veramente pericolosi, gli assassini, gli specialisti degli assalti in casa e in villa sono rimasti. Sono ancora fra noi, si sono incistati nella nostra società aperta, ricca, buonista e lassista. Per stanarli non bastano operazioni pianificate in poche ore. Occorrono uno sforzo poderoso e costante nel tempo, più uomini e mezzi per le forze dell’ordine, leggi chiare e giudici giusti. Tutto ciò che Milano chiede da mesi e mesi e che l’attuale governo ostinatamente nega. Per cecità e stupidità manifeste: i conti con i cittadini dovrà pur farli una buona volta.