Ecco tutte le accuse contro l’uomo di Emergency

Bahram Rahman Rahmatullah Hanefi, il mediatore di Emergency nel rapimento di Daniele Mastrogiacomo, avvisò i talebani dell’arrivo del giornalista di Repubblica per una fantomatica intervista con uno dei loro comandanti. In realtà si trattava di una trappola. Non solo: Hanefi avrebbe incontrato l’autista e l’interprete di Mastrogiacomo, mentre erano in mano ai tagliagole islamici. Durante il drammatico faccia a faccia, Sayed Agha, l’autista, lo avrebbe apertamente accusato di averli venduti. Inoltre, il responsabile dei servizi afghani che ha condotto l’inchiesta sull’uomo di Emergency, testimoniando davanti a una Commissione del Senato di Kabul, ha rivelato che nella casa di Hanefi sono stati trovate mine e giubbotti esplosivi utilizzati dai terroristi kamikaze. Dall’Afghanistan stanno trapelando i primi dettagli delle pesanti accuse, che entro pochi giorni dovrebbero venire formalizzate dalla magistratura nei confronti di Hanefi, responsabile della sicurezza e del personale nell’ospedale di Emergency a Laskargah.
«Mio fratello mi disse che andavano solo per un giorno nella provincia di Helmand a realizzare un’intervista con un comandante talebano e che non ci sarebbero stati problemi. Rahmatullah Hanefi ne era stato informato», spiega Monir Nashkbandi, parente stretto di Adjmal, il giornalista afghano decapitato dai talebani, che collaborava con Mastrogiacomo.
Adjmal continuò a rassicurare il fratello da Kandahar, il capoluogo del sud pasthun, sottolineando che «l’autista aveva già parlato con i contatti nella provincia di Helmand e con l’uomo di Emergency». L’autista era Sayed Agha, il primo ostaggio afghano a venire decapitato dai talebani. Quando Mastrogiacomo e i suoi sono arrivati a Helmand, Sayed Agha contattò di nuovo Hanefi, prima di recarsi a Nada Alì, dove non li aspettava nessuna intervista con i talebani, ma una trappola.
Secondo una fonte dei servizi afghani «Hanefi era al corrente degli spostamenti e delle intenzioni di Mastrogiacomo e dei suoi collaboratori. Durante l’interrogatorio ha ammesso di avere informato i talebani del loro arrivo nell’area». La «confessione» è contenuta nel dossier consegnato al giudice Fatah Khan, che entro il 15 giugno deve decidere se aprire, o meno, il vero processo contro Hanefi. Gino Strada, fondatore di Emergency, ha sempre sostenuto che Hanefi era caduto dalle nuvole, quando lo informò del sequestro di Mastrogiacomo. Le testimonianze di un taleb del villaggio dove sono stati tenuti nei primi giorni gli ostaggi, acquisita agli atti e dei parenti di Sayed Agha raccontano tutta un’altra storia. «Il giorno dopo il rapimento, Sayed Agha e Adjmal, hanno ricevuto la visita di Hanefi. Mio fratello e Rahmatullah hanno cominciato a discutere animatamente. Alla fine Sayed Agha gli disse: “Come hai potuto farci questo”?», rivela Mohammed Dawood.
In pratica Hanefi aveva accesso agli ostaggi, almeno fino a quando si trovavano vicino a Laskargah e l’autista lo accusa di averli fatti cadere in una trappola. La notte seguente alla discussione con l’uomo di Emergency, Sayed Agha venne separato dagli altri due ostaggi e in seguito decapitato. I servizi di Kabul sostengono che Hanefi avrebbe incontrato tre volte gli ostaggi afghani. Almeno cinque testimonianze contenute nel dossier a carico dell’uomo di Emergency raccontano che Adjmal era stato effettivamente liberato con Mastrogiacomo, in cambio dei prigionieri talebani rilasciati dal governo di Kabul, su pressione del governo Prodi e trasportato verso l’ospedale di Emergency. Un conoscente di Dawood, il fratello dell’autista ucciso, ha però testimoniato che «Adjmal è stato sedato e riconsegnato ai talebani».
Amrullah Saleh, il capo dei servizi afghani, è convinto che il povero interprete sia tornato nelle grinfie dei tagliagole, come deterrente. I talebani sospettavano che Hanefi potesse venire arrestato, come è puntualmente avvenuto il giorno dopo il rilascio di Mastrogiacomo. Pur non avendo mai richiesto esplicitamente la sua liberazione, lo stesso mullah Dadullah, il capobastone talebano del sequestro, poi ucciso in un blitz, diceva al telefono che il «governo sa chi deve liberare». Hanefi è rimasto in carcere e Adjmal, prezioso testimone di tutta la vicenda, non ha mai fatto ritorno a casa.
La scorsa settimana, il responsabile dell’inchiesta ha testimoniato sul caso davanti alla Commissione del Senato afghano sulla Sicurezza e la Giustizia. I servizi sostengono di aver trovato «nella casa di Rahmatullah Hanefi mine e giubbotti esplosivi per i terroristi suicidi». Un’accusa gravissima, che va presa con le dovute cautele tenendo conto che l’intelligence afghana potrebbe volere «incastrare» Hanefi per colpire Emergency e Gino Strada, inviso alle autorità di Kabul. Un motivo in più per arrivare a un giusto ed equo processo.