Ecco tutti i punti oscuri dell’inchiesta

Gli investigatori cercano di verificare se i terroristi sapevano di andare verso una missione suicida

Luciano Gulli

nostro inviato a Londra

Aspiranti «eroi», iscritti nei ruoli dei martiri spendibili per la Causa, o polli di provincia, suggestionati dai video sulla guerriglia cecena e afghana di cui si imbottivano nelle notti passate nella moschea di Stratford street, a Leeds? Autentici kamikaze, consapevoli di quel che stavano trasportando nei loro zaini, o «staffette» ingannate da qualcuno, convinti solo di dover consegnare materiale compromettente a qualche emissario che li avrebbe attesi in qualche stazione del metrò? O bombardieri come quelli di Madrid, intenzionati solo a lasciare lo zaino sul metrò innescando un timer che li avrebbe fatti esplodere una manciata di secondi dopo? E traditi dal «controller» di Al Qaida che li aveva ingaggiati, che sapeva di usarli come carne da cannone? Anche il Daily Mirror si domanda in prima pagina: «Was it suicide?» («È stato suicidio?»).
L’ipotesi che i quattro attentatori siano stati in qualche modo «usati», sospettano da qualche giorno gli esperti di antiterrorismo dell’MI5, non è del tutto peregrina. Ma si scontra con un’osservazione. Perché Hasib Mir Hussain, 19 anni, il più giovane del commando, si sarebbe fatto saltare in aria sul bus della linea 30, invece che su un altro treno della tube, come i suoi tre compari? È stata una diversione voluta, o necessitata dal fatto che il treno della Northern line su cui si sarebbe dovuto imbarcare era temporaneamente off? E perché l’esplosione sul bus avviene un’ora dopo quelle sui treni? E se fosse andato in bambola, quel ragazzo, dopo aver sentito quel che era successo nel metrò, e sul bus stesse armeggiando per disinnescare la bomba?
Ancora una domanda. Perché il commando acquista biglietti ferroviari di andata e ritorno da Luton a Londra, se sa di dover andare a morire? E perché parcheggiano l’automobile poi ritrovata dalla polizia a Luton pagando regolarmente, ed esponendolo sul cruscotto, il tagliando del parking? Ancora: se è vero che i quattro erano dei kamikaze, calati da Leeds a Londra per fare una strage, perché affidare ai documenti personali che avevano indosso il loro riconoscimento? Perché, a differenza dei «martiri» palestinesi, non si sono fatti immortalare in un video da consegnare ai posteri, in modo che non ci fosse dubbio sul loro martirio e sulle loro identità? Perché affidare a documenti inzuppati di sangue, potenzialmente polverizzati dall’esplosione, il riconoscimento dei primi quattro «grandi martiri» che hanno portato la guerra sul «suolo dell’infedele»?
Altra incongruenza. Shehzad Tanweer, Hasib Hussain, Mohammed Sadique Khan e Lindsey Germaine, britannico di origine giamaicana, avevano tutti una storia lineare e abitavano in famiglia. Nessuna cellula segreta, nessun covo. Se non la base operativa - utilizzata, pare, solo nelle ultime settimane - di Hyde Park road a Burley, sobborgo di Leeds. È qui, nel bagno di questa abitazione, che la polizia ha trovato una gran quantità di esplosivo. Ma perché i quattro attentatori si sarebbero lasciati alle spalle tanto esplosivo, oltre a quello abbandonato sull’auto parcheggiata a Luton? Non sarebbe stato più ragionevole lasciare quel materiale prezioso ad altri della banda?
Ancora. Possibile che quattro ragazzi, invasati al punto da accettare l’idea di essere i primi kamikaze europei, non abbiano rivelato a nessuno, magari anche solo con una frase o un atteggiamento, o una lettera di commiato ai parenti, la loro candidatura nelle liste dei martiri di Allah? Che gli amici e i familiari puntino a descriverli come dei bravi ragazzi, sportivi, appassionati del loro lavoro, ci può stare. Ma possibile che non si trovi uno, uno solo, nella cerchia dei loro conoscenti, degli amici, dei compagni di lavoro, disposto a dire che be’, effettivamente, proprio una sorpresa non è stata? E come accettare l’idea che del gruppo facesse parte uno come Mohammed Sadique Khan? Trent’anni, insegnante di sostegno di bambini disabili, Sadique si era sposato per amore, al di fuori delle regole del clan, con Hasina, una ragazza di origini indiane conosciuta all’università. La coppia aveva una bambina di 8 mesi, e Hasina è in attesa del secondo figlio. Anche la moglie di Jermaine, Samantha Lewthwaite, 22 anni, ha un figlio e ne aspetta un altro. Due così non hanno formidabili motivi per restare vivi? E se invece avessero accettato solo di compiere «per la causa» una missione rischiosa, in cambio magari di sonanti sterline? L’ultima domanda che gli investigatori londinesi si pongono è la seguente: come mai, nei giorni successivi all’esplosione non c’è una sola telefonata da cui si evinca che qualcuno del giro sapeva qualcosa?