«Ecco la vera natura di Prodi, sono allibito»

Cicchitto: «Al confronto la merchant bank di dalemiana memoria era composta da dilettanti». Guzzanti: «Le bugie del Prof hanno le gambe corte»

Anna Maria Greco

da Roma

Una «farsa». Ma inquietante, che non fa ridere. Sull’operazione Telecom-Tim, in qualche modo guidata da Palazzo Chigi, la Casa delle libertà accusa il governo di «dirigismo statalista» e Romano Prodi di essere, lui sì, al centro di un clamoroso conflitto d’interessi. Dopo la rivelazione del piano segreto e le sorprendenti dichiarazioni del consigliere economico del premier, Angelo Rovati, che secondo l’opposizione si «sacrifica» per coprire il numero uno, ci sono solo due vie: o il Professore lo licenzia oppure si dimette. In ogni caso, dovrà venire in Parlamento la prossima settimana a chiarire la vicenda.
Rientra a Roma da Milano Silvio Berlusconi. «Sono allibito - dice ai suoi - se avessimo fatto noi una cosa del genere chissà che avrebbero detto». Invece, ragiona il leader dell’opposizione, loro si permettono di «fare dichiarazioni su una società quotata in Borsa, a mercati aperti». Il Cavaliere è convinto che in questa vicenda «stia venendo fuori la vera natura» del governo, che pensa di «intervenire nelle scelte di società private». Ma ufficialmente non parla, sicuro che stavolta «Prodi si farà male da solo». E a chi gli chiede commenti, mentre entra a palazzo Grazioli, Berlusconi risponde: «Parleranno i miei».
E i «suoi» parlano, eccome. Fabrizio Cicchitto, vicecoordinatore di Fi, è un fiume in piena. Descrive Prodi come l’artefice di un centro di potere, sullo stile del vecchio tandem tra ministro delle Partecipazioni statali e presidente dell’Iri, che deve dare il suo visto su ogni operazione industriale-finanziaria. In questo caso, anche per «ragioni opache, compresa l'Rcs». Al confronto, spiega, «la merchant bank di dalemiana memoria era composta da simpatici dilettanti». Quanto a Rovati, o il premier «si circonda di collaboratori scadenti, distratti e negligenti, oppure sono uomini votati al sacrificio pur di coprire il Professore da evidenti figuracce. Comunque, palazzo Chigi non fa certo una bella figura».
Per Maurizio Lupi di Fi quella su Telecom è «un'ingerenza inaccettabile». Che cosa sarebbe accaduto se Berlusconi, da capo del governo, avesse tentato un'operazione così? Prodi ora «fa l'indignato» e dice che non sapeva niente, ma «una parte della sinistra, impegnata ad eliminare Berlusconi dalla scena politica, dovrebbe chiedersi se il vero campione del conflitto di interessi non sia proprio il premier che ha contribuito ad eleggere».
Da Renato Schifani ad Elio Vito, da Isabella Bertolini ad Antonio Leone, da Luigi Casero e Jole Santelli sono molti gli azzurri convinti che la «generosa» toppa di Rovati sia peggio del buco. «Il consigliere - ironizza il senatore azzurro Paolo Guzzanti - si immola per fare da sponda al Professore. Ma è tutto inutile. Le sue motivazioni sono talmente fuori dalla realtà, che sono una presa in giro all'intelligenza degli italiani. Le bugie di Prodi hanno le gambe corte». Per Maurizio Gasparri di An, Rovati è probabilmente il «lobbista» di Prodi e le dimissioni sono «urgenti e necessarie», ma forse a provocare la lite con Tronchetti Provera è il fatto che «Telecom non ha obbedito agli ordini della merchant bank di Palazzo Chigi». Il leghista Roberto Calderoli era sicuro che Rovati si sarebbe assunta la responsabilità del piano Telecom: «A questo punto, o si dimette lui o si dimette Prodi». Per il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa pesano sulla vicenda «troppe ombre e contraddizioni» e il governo deve riferire al più presto in Parlamento sul suo ruolo nell’operazione Telecom. Lo dice anche il segretario della Dc, Gianfranco Rotondi, che però crede alla versione di Rovati, «persona di grande autonomia», che doveva entrare nel suo partito.
«Varrà per Prodi il teorema non poteva non sapere?», domanda Francesco Storace di An. «Se il premier sapeva - sostiene l’ex-guardasigilli leghista Roberto Castelli - ancora una volta ritorna la Telecom nelle situazioni oscure di Prodi e compagni». Telecom, dice Francesco Giro di Fi, è per la sinistra «la madre di tutte le battaglie nella quale si consuma un aspro regolamento di conti fra l'anima statalista e quella neoliberista».