Ecco la vera sfida a Telecom: gara a 5 nella «banda larga»

Bertoluzzo: «Senza investimenti Telecom ci causa il 30% di ko tecnico e non ci permette di prendere i clienti»

Abbiamo messo intorno ad un tavolo i quattro operatori di telecomunicazioni più importanti alternativi a Telecom: Vodafone, Fastweb, Wind e Bt. Parliamo solo del mercato della rete fissa. L’idea è quella di capire come stanno vivendo l’apertura della rete annunciata da Telecom e la prospettiva di crearne una nuova in fibra ottica. Ciò che è emerso, in sintesi, è che c’è un fronte comune. E che il clima nei confronti dell’ex monopolista è cambiato: nessuna contrapposizione netta, anzi un’apertura di credito importante al nuovo management. Sulla rete in rame, però, nessuna concessione: si deve aprire senza condizioni. E sull’infrastruttura di nuova generazione la necessità di ottenere garanzie regolamentari più o meno analoghe a quelle esistenti. Anche se sul fronte degli investimenti necessari per costruire la nuova infrastruttura non ci sono salti di gioia. La parole d’ordine è competizione e concorrenza, ma su basi paritarie.
Corrado Sciolla (Bt): «Il mercato ancora oggi vede un operatore dominante che a seconda di come lo si considera se per fatturato o per numero di accessi controlla una quota di mercato tra il 65 e il 70 per cento e addirittura il 90 per cento nell’ultimo miglio. Ritengo che la principale causa della scarsa liberalizzazione del mercato sia per lo più dovuta al mancato rispetto delle regole da parte di Telecom. Riguardo alla separazione della rete il processo è partito one way: è Telecom che propone. Ci auguriamo che il dibattito possa aprirsi maggiormente. In Inghilterra un percorso diverso ha portato alla separazione della rete che oggi ha un proprio brand (BT Openreach), un management completamente separato da quello di Bt presieduto da un board di nomina indipendente. Di conseguenza il comportamento del management di Openreach è focalizzato sui risultati derivanti dalla gestione separata della rete e non è influenzato dal ceo di BT».
Stefano Parisi (Fastweb): «La patologia del mercato italiano è data dal fatto che l’ex monopolista ha ancora la quota di mercato più alta in Europa, e ciò comporta il tasso di penetrazione della banda larga tra i più bassi. Nel vecchio continente infatti dove è più bassa la quota di mercato dell’incumbent, più alta è la penetrazione della banda larga. Secondo concetto: le regole in Italia sono buone, ma il problema è la capacità (e anche le risorse) da parte dell’Authority di implementare queste regole. È da qui che nasce l’esigenza di separare la rete. Nel passato Telecom è stata condannata dai Tribunali civili per comportamenti illegali, contemporaneamente abbiamo inoltrato all’Agcom lo stesso dossier, ma non è stata avviata la procedura. Non è colpa dell’Agcom, non hanno le strutture adeguate. Per questo è necessario separare nettamente la rete».
Esistono ancora queste pratiche commerciali illegali?
Parisi: «Non attualmente. Ma la possibilità di riattivarle con il controllo della rete da parte di Telecom c’è sempre. Inoltre noi paghiamo 7,5 euro al mese per l’unbundling. Sono soldi che diamo a Telecom per migliorare la qualità della rete in rame, e non perché Telecom rientri dell’investimento che peraltro ha fatto quando era monopolista. E invece Telecom non ci da una rete di qualità adeguata e il 15% dei nostri clienti non viene attivato per colpa di una bassa qualità del rame. Il problema è che in Italia c’è stato da parte di Telecom un atteggiamento patologico. Telecom quando sapeva che un cliente voleva passare da noi lo chiamava per fare controproposte. Ora con Bernabé pare che questa pratica proibita dalla legge sia cessata».
Paolo Bertoluzzo (Vodafone):«Il tema della realizzazione di reti di nuova generazione in fibra ha spostato l’attenzione dalla questione più urgente: oggi è fondamentale rafforzare la concorrenza dove non c’e ossia nel mercato della telefonia fissa, dominato da Telecom Italia. Il modello dell’unbundling consente di competere ma va rafforzato con l’introduzione della separazione funzionale della rete sul modello inglese di Openreach, includendovi sia l’accesso alla attuale rete in rame sia la futura rete in fibra per evitare il concreto rischio di una rimonopolizzazione del mercato. E con un miglioramento delle attuali condizioni economiche e tecniche dei servizi all’ingrosso offerti ai concorrenti. Telecom Italia ha le risorse per far fronte a questo. Oggi investe 2,7 miliardi nel fisso e riceve circa 3,7 miliardi di euro come ricavi da canone, a cui si aggiungono 1,5 miliardi di ricavi dagli altri operatori. Vi faccio un esempio concreto. Il 30% dei clienti che hanno deciso di passare a Vodafone non possono farlo per motivazioni tecniche, in gergo ko tecnico, legate a Telecom Italia. Ma quel cliente, già conquistato vale per la nostra azienda almeno mille euro. Inoltre in una centrale su tre di Telecom non ci viene data la possibilità di mettere gli apparati necessari a servire i nostri clienti. Qui, il mancato guadagno per noi è di circa mezzo milione di euro. Queste limitazioni non esistono nel mobile: i clienti sono pienamente contendibili».
Luigi Gubitosi (Wind): «Mi associo a quanto detto finora, peraltro il fatto di essere riuniti qui tutti insieme è la dimostrazione dell’unità di vedute sul tema. L’obiettivo essenziale va sotto il nome di equivalence of inputs e di equality of access ovvero la possibilità di avere da parte di Telecom alla stesse condizioni i servizi che la stessa offre ai clienti. È indubbio che la separazione della rete favorirebbe questo obiettivo. Se infatti la parte commerciale e quella industriale, le due anime di Telecom, resteranno insieme difficilmente in Italia riusciremo ad avere concorrenza».
In questo momento, esiste veramente un problema di banda: serve davvero una rete di nuova generazione?
Gubitosi: «Anche se ci fossero 100 Mb resterebbero inutilizzati. Pur non essendo necessario avere una rete in fibra da 15 miliardi di euro, è importante programmare un intervento di politica industriale di ampia durata. Ma è inutile parlarne se non vi è certezza sulle norme che saranno applicate ai nuovi investimenti. Si rischia di perdere di vista gli obiettivi della vera concorrenza».
Sciolla: «Domanda di servizi a banda larghissima non c’è. Però ci potrebbe essere in futuro. Dal punto di vista economico il ritorno di una rete di nuova generazione è legato alla densità popolazione. Oggi estendere una rete di questo tipo al 70% della popolazione non serve. Convincere i nostri azionisti, peraltro tutti stranieri, ad ulteriori investimenti nel nostro paese non sarà facile soprattutto se non ci sono regole certe da subito».
Parisi: «Noi abbiamo già una rete di nuova generazione che copre il 10% del Paese. Il piano di Telecom per la fibra è di 5 miliardi di euro e prevede di portarla nel 20% e grazie all’accordo stretto noi è già al 10%. Ma la fibra non è la chiave per diffondere la banda larga: a Milano che è stata cablata al 100% da Fastweb e Metroweb la penetrazione è al 50%, meno di Napoli (53%) e Palermo (51%). Per la diffusione della banda larga bisogna creare i servizi. Oggi una famiglia media italiana può vivere senza internet mentre in Europa c’è bisogno della rete per iscriversi a scuola e all’università. Alcuni servizi delle amministrazioni pubbliche dovrebbero essere soltanto sul web solo con la crescita del mercato si potranno reperire le risorse per ripagare gli investimenti. È inutile per lo stato investire sulla rete in fibra bisogna investire nei servizi».
Gubitosi: «È indispensabile una rapida alfabetizzazione di Internet in tutti i settori del Paese: dalle scuole alla pubblica amministrazione. L’offerta dei servizi on line è importante ma lo è anche la domanda e le due cose sono inscindibili. Un uso diffuso di Internet permetterebbe risparmi notevoli per la pubblica amministrazione e libererebbe risorse che possono essere investite sulla rete».
Cosa potreste concedere a Telecom Italia per aprire la sua rete?
Parisi: «Non possono essere ammesse compensazioni a Telecom poichè la separazione della rete è necessaria per evitare illeciti, rendere più trasparente, il mercato e garantire la qualità dell’accesso. Sono impegni dovuti»
Sciolla: «Telecom ha ancora 70% quota di mercato. Openreach in Gran Bretagna ha un proprio conto economico. In Italia Open Access ha solo struttura di conti separata quindi è importante procedere a una vera divisione».
Gubitosi: «La richiesta di Telecom di un aumento del canone di unbundling è inverosimile. La società deve aumentare i suoi ricavi attraverso un recupero di efficienza come facciamo noi. Un aumento nel contesto attuale avrebbe pesanti effetti anti-competitivi e determinerebbe la morte dell’ultimo miglio come strumento di apertura del mercato dell’accesso alla rete fissa».
Bertoluzzo: «Il dibattito odierno sembra concentrarsi esclusivamente sul tema della realizzazione delle reti di nuova generazione. Mettiamo in ordine le priorità: l’urgenza di oggi è creare vera concorrenza nel fisso, altrimenti si riproietterà l’attuale monopolio sul futuro. Secondo: portare la banda larga a chi non ce l’ha, non darne di più a chi già la usa. Terzo: riflettere sui nuovi servizi e le infrastrutture di supporto. È necessario individuare i servizi che realmente servono al Paese e le soluzioni tecnologicamente efficienti per offrirli, nel rispetto del principio di neutralità tecnologica».
Cosa potreste investire nella rete di nuova generazione?
Parisi: «Telecom ha costruito la rete con margini assicurati e finanziata dallo Stato quando era monopolista e si appresta a fare rete nuova generazione partendo sempre da una posizione dominante: con centrali, rete in rame, clienti. Noi abbiamo costruito la nostra con i soldi del mercato tra notevoli incertezze regolatorie. Ora chiediamo tempestività e certezza diritto, fondamentali per continuare a investire».
Sciolla: «Premesso che è fondamentale regolare la rete in fibra così come quella in rame, per remunerare gli investimenti di Telecom Italia, stante il fatto che deve essere il mercato a riconoscerglielo, il modello della terminazione asimmetrica, come hanno avuto gli operatori mobili per costruire le loro reti, mi pare la soluzione più adeguata».
Bertoluzzo: «Stiamo già costruendo il nostro network di nuova generazione investendo un miliardo e mezzo per entrare nel mercato della rete fissa. Chiunque farà investimenti in fibra ha bisogno di sapere come saranno remunerati. Oggi per noi la soluzione migliore è definire un modello di unbundling anche per la fibra che determini le condizioni economiche e tecniche di accesso. Con un assetto di regole, certo e prevedibile, continueremo a offrire il nostro contributo al mercato, all’innovazione ed all’avanzamento tecnologico».
Gubitosi: «Far pagare ai consumatori l’incremento dei costi di unbundling comporterebbe un aumento dei prezzi e una diminuzione della richiesta di banda larga. Se l’obiettivo virtuoso è di creare una infrastruttura efficiente in un contesto competitivo, noi siamo pronti a fare la nostra parte e investire nel progetto. Speriamo che l’ipotesi sia quella di fare buone regole e rispettarle».
Telecom, però, ha suoi problemi finanziari non semplici da sciogliere?
Parisi: «Le condizioni di Telecom dal punto di vista finanziario e di ristrutturazione sono complesse, ma riguardano solo la società. È molto importante l’indipendenza dell’Autorità da quei problemi di cui non deve farsi carico l’intero sistema. In ogni caso Telecom non può farci pagare gli esuberi aumentando il prezzo dell’unbundling».
Sciolla: «Non vedo perché si chieda a noi concessioni per avere qualcosa che è un diritto. Non vogliamo e non possiamo certo farci carico dei problemi finanziari di Telecom Italia».