Ecco la vera storia delle fotografie di Sircana

Il servizio fu comprato dal settimanale «Oggi» due mesi dopo il pedinamento del portavoce del governo. È stato pagato 25mila euro. Dal Corriere all'Unità, <strong><a href="/a.pic1?ID=164808">quelli che giuravano: &quot;Gli scatti non esistono&quot;</a></strong>.<strong><a href="/a.pic1?ID=164808"> </a></strong>Politici e sesso: <a href="/a.pic1?ID=164620"><strong>Pizzetti fa dietrofront</strong></a>. La solidarietà dei nostri lettori: <strong><a href="/a.pic1?ID=164631">leggi</a></strong>

Gian Marco Chiocci e Gianluigi Nuzzi
Potenza - Il servizio fotografico sulla notte di Silvio Sircana ha un destinatario finale inaspettato. Diritti e scatti vennero infatti ceduti dal paparazzo Max Scarfone e da un altro fotografo a un’agenzia fotografica milanese che li vendette al settimanale Oggi, o meglio, alla casa editrice Rcs. Ciò non avvenne subito dopo la realizzazione del reportage che ha portato la procura di Potenza a ritenere Sircana destinatario di un potenziale ricatto. Ma circa due mesi dopo quel 13 settembre sera quando il portavoce del governo era a cena con un’amica al ristorante «Il Bolognese» di piazza del Popolo a Roma. Inconsapevole dei paparazzi, non uno ma tre, che erano appostati nella piazza. Ignaro che due di loro in auto lo seguirono e fotografarono fino a mezzanotte mentre il politico in auto si intratteneva davanti a un viados. Clic. Venne aperta una trattativa tra Rcs e l’agenzia per poi chiudere l’acquisto a oltre 25mila euro. Regolarmente fatturati. Le foto non sono mai state pubblicate. Questo è quanto è riuscito a ricostruire Il Giornale sentendo come sempre diverse fonti (fotografi, avvocati, inquirenti e giornalisti) che in qualche modo hanno avuto un ruolo, diretto o indiretto, nella vicenda. E dopo aver appreso che venerdì mattina la polizia della squadra mobile di Potenza e dello Sco avevano prima perquisito l’abitazione romana di Scarfone per poi interrogarlo sulla vicenda e secretare il verbale. Tra l’altro Scarfone non sarebbe indagato ma teste.
A Roma, quella sera di mercoledì 13 settembre, erano quindi in tre con i teleobiettivi. Max Scarfone sì, il paparazzo che nella notte avvisa Fabrizio Corona e che poi «per difendere il segreto professionale», nega di aver fotografato il portavoce. Ma non solo. Ora spuntano altri due paparazzi che immortalavano. Un certo Emanuele, indicato da Scarfone a Corona come collaboratore e tale Claudio Leone dell’agenzia Lapresse, ancora non sentito dagli inquirenti. Contattato dal Giornale, Leone offre una preziosa ricostruzione della serata.
Che cosa è accaduto quella sera?
«Eravamo noi tre. Io ho scattato foto dalle 8.34, come risulta dalle mie copie in archivio. Diversi rullini, fino alle 22.14 ora dell’ultimo clic, quando Sircana lascia il ristorante e io considero concluso il servizio».
Perché dice che Scarfone e Lele lavoravano per Corona?
«Perché Max mi chiese se potevamo fare pool, lavorare insieme al servizio. Noi e Corona. Tornato a casa girai la richiesta alla mia agenzia, via email tra l’una e le due di notte. Scrivevo all’agenzia: “Il servizio è in concorrenza con Corona vedete se ritenete di fare pool”. L’indomani mi risposero: con Corona non vogliamo avere nulla a che spartire».
Perché?
«Non è un’agenzia delle migliori».
Seguì l’auto di Sircana?
«No, assolutamente. Né so se Sircana abbia preso strade con transessuali sui marciapiedi. Sircana era con una signora bionda in atteggiamenti amicali, normali. Senza baci, tanto per iniziare, come ha maliziosamente scritto qualcuno...».
In realtà, lo scrive Scarfone via sms a Corona...
«Be’ non è vero. Si sono salutati con un bacio sulla guancia e Sircana ha attraversato piazza del Popolo».

Leone se ne va alle 22 convinto che Scarfone quella sera lavori per Corona. Tanto che lo documenta con una email al suo datore di lavoro. Passano un paio d’ore e gli inquirenti registrano le famose tre telefonate (dalle 0.22 all’1.16) nelle quali Scarfone chiama Corona per indicargli l’obiettivo del servizio, appunto Sircana, e lo scatto che inquadra il portavoce e il transessuale. Dopodiché per due mesi nessuno sa più niente. Probabilmente Scarfone e l’altro fotografo si incontrano due volte tra Roma e Milano con l’agenzia per trattare la cessione delle foto. Bisogna poi aspettare novembre quando si apre la trattativa tra questa agenzia, che non è quella di Corona, e la Rcs sul servizio di Sircana. «Quando mi proposero il servizio - ricostruisce il direttore di Oggi Pino Belleri - mi dissero che era arrivato da Roma pochi giorni prima. C’è stata una rapida trattativa e poi l’ho acquistato perché mi sembrava molto interessante anche se incompleto. E per evitare che finisse alla concorrenza. Poi non l’ho pubblicato perché volevo valutare meglio le circostanze visto che toccava una sfera sensibile come quella della privacy».
A questo punto, meglio precisarlo si aprono due scenari. Il primo vede una normale trattativa tra Scarfone, l’altro paparazzo da una parte e l’agenzia che ha i contatti con i settimanali, dall’altra. Il tempo passa per questo motivo. E necessariamente la posizione di Scarfone sfuma, visto che avrebbe fatto solo il professionista. L’altro scenario è diverso. Ed è quello che sta accertando la procura di Potenza. Ovvero verificare se Corona abbia mai esaminato o meno le foto. Se le abbia mai valutate. Infatti dopo l’iniziale interesse mostrato al telefono, a quanto se ne sa, sparisce di scena. Anche perché il gip Alberto Iannuzzi ritiene che la vendita delle foto ai settimanali fosse solo un’attività di ripiego per l’agenzia di Corona.