Ecco la vera storia delle tre spie che inguaiano il Sismi

D’Alia (Udc): la credibilità è minata Brutti (Ds): vanno rivisti tutti i ruoli

Gian Marco Chiocci

da Roma

L’antica guerra per bande interna al Sismi, sfociata in quella fra «calipariani» e anti-calipariani, e in precedenza tra il nuovo corso «pollariano» (dei vari Mancini e dei finanzieri assunti in massa) e la «vecchia guardia» messa drasticamente da parte, qualche traccia sembra averla lasciata anche nel sequestro di Abu Omar.
A contribuire infatti alla decapitazione dei vertici del Sismi sono tre personaggi interni agli stessi Servizi militari che, a vario titolo, sono stati esautorati o sono entrati in conflitto con il numero due del Servizio militare. Il primo della lista è il colonnello Stefano D’Ambrosio, ex capocentro Sismi a Milano, sollevato ufficialmente dall’incarico per «scarso rendimento».
Ai magistrati rivela le confidenze ricevute dal capostazione americano Robert Lady circa il progetto congiunto Sismi-Cia per «prelevare» l’imam di viale Jenner. Direttamente da Langley - dice - sarebbe arrivata una squadra di «duri» della Cia (la Special Operation Group) e direttamente da Roma, scavalcando gli 007 italiani su Milano, alcuni agenti della Divisione Operazioni del Sismi si sarebbero dati da fare per trovare un luogo sicuro vicino la base di Ghedi (Brescia) dove custodirvi Abur Omar in attesa dell’aereo della Cia decollato da Ramstein. D’Ambrosio spiega di aver riferito le confidenze di Lady a Mancini «il quale mi ascoltò in silenzio». Era inizio novembre del 2002. «E da allora per me cominciarono i problemi»: D’Ambrosio venne convocato a Roma e sollevato dall’incarico dal generale Pignero dopo che un certo colonnello Giuseppe Mascolo, prima del «licenziamento», gli sussurrò: «Guarda che è Mancini che ti ha fatto la pelle». Insiste D’Ambrosio: «Il mio posto fu subito preso da Mancini, ed era come se fosse diventato il responsabile di tutto il centro e nord Italia». D’Ambrosio chiese conto a «tortellino» (soprannome di Mancini) del trasferimento e lui «in tono allusivo» gli rispose secco: «Sai Stefano non ti sei giocato solo il centro di Milano, non finisce qui! (...)». Riferendo, sempre de relato, la parola di Lady, D’Ambrosio va giù duro ancora su Marco Mancini: «Lady mi disse che era un mascalzone e che mentre io e lui (Lady, ndr) operavamo nell’interesse delle rispettive patrie, lui (Mancini, ndr) solo per interesse personale (...). Aggiunse che Mancini più di una volta si era offerto come agente doppio, cioè per poter continuare a operare nel Sismi nell’interesse della Cia».
La centrale di Langley avrebbe però rifiutato l’offerta «perché temevano una provocazione e che fosse troppo venale». Se dunque D’Ambrosio alla fine viene epurato per «scarso rendimento», il colonnello Giuseppe Mascolo - che con Mancini sembra aver avuto rapporti esattamente idilliaci - al pm conferma l’«insistenza insolita» di Mancini di sostituire il capocentro di Milano dal momento che quella base non brillava, più di altre in Italia, per incapacità o scarso rendimento. Ovunque vi era stato un «impoverimento» di personale e materiali.
«Le critiche a D’Ambrosio da parte di Mancini - mette a verbale Mascolo il 17 maggio 2006 - mi sembravano dunque eccessive. Ne parlai a Pignero che mi disse che il trasferimento era stato deciso da Pollari che con Mancini aveva rapporti diretti e personali». Mascolo afferma poi che D’Ambrosio, appena trasferito, gli confidò di «aver temuto una reazione di Mancini di cui conosceva il potere privilegiato con gli americani. Fece riferimento al termine “coinvolgimento” di Mancini con gli americani senza specificare a cosa si riferisse». E ancora. «Dopo i primi articoli stampa su Abu Omar presero a circolare molte voci all’interno del Sismi circa una diretta responsabilità, quantomeno a livello di partecipazione unitamente a gente della Cia, del Mancini in quanto capocentro a Milano. Anche per questa ragione - conclude Mascolo - ed emergendo responsabilità della Cia, io misi in relazione l’insolita insistenza di Mancini a chiedere la sostituzione di D’Ambrosio» e del colonnello Sergio Fedrigo del centro di Trieste, anche lui «per scarsa produttività».
Da parte sua, al pm il colonnello Fedrigo conferma e rilancia: «In una riunione del febbraio 2002 - si legge nel verbale - Mancini mi chiese se ero disponibile per attività non ortodosse. Risposi con freddezza e senza commenti, da quel momento iniziarono difficoltà nel Servizio». A dicembre arriva il trasferimento a Roma. Fedrigo sul sequestro Sismi-Cia rivela «che alcuni ex dipendenti di Trieste mi dissero che il mio successore aveva rivelato di esser stato presente a Milano e di aver avuto un ruolo nella vicenda (...)».
Accuse gravi, mirate, specifiche. Tre versioni convergenti. Quanto basta per avviare una specifica attività d’indagine su Mancini e compagnia. Controlli, riscontri, pedinamenti. Le prime telefonate imbarazzanti. E per il Sismi è stato l’inizio dei problemi.