Ecco la vera vita di Gaber raccontata da Giorgio Gaber

Esce il 2 dicembre, a cura di Guido Harari e della Fondazione a nome
dell’artista, un’"autobiografia" ricostruita mettendo insieme 50 anni di
immagini e interviste

A molti, il rock ha salvato la vita. A me, l’ha salvata una canzone di Giorgio Gaber. L’ho sentita per la prima volta nel 1992, a teatro. Si intitola L’illogica allegria. Fino a quella sera non sapevo neppure chi fosse il suo autore, credevo fosse roba della generazione di mio padre. Senza contare che avevo un robusto pregiudizio contro la musica italiana in generale e contro i cantautori in particolare.
Che cretino. Quel signore sul palco, che ero andato a vedere per caso, mi arrivò dritto come un meritato pugno in faccia. Mi fece ridere (tanto). E mi commosse (altrettanto). In particolare quella canzone, L’illogica allegria. Nel foyer del Ponchielli di Cremona, quella sera, c’era un banchetto di cd. Acquistai la mia copia del Teatro Canzone, un live inciso al Carcano qualche mese prima. Ora i dischi di Gaber occupano uno scaffale della mia libreria. Da allora sono andato a vedere Gaber tutte le volte che ho potuto, parecchie. Sì, perché Gaber dal vivo era davvero un’altra cosa. Una cosa mai vista né prima né dopo: attore perfetto, grande cantante, comunicatore eccezionale. Gli bastava un gesto, un’espressione del volto, una sottolineatura della voce per cambiare radicalmente il brano, o il monologo, e trasformarlo ogni sera in qualcosa di diverso.
I dischi sono belli ma non riescono a rendere totale giustizia alla statura di questo interprete. La sua dimensione ideale era il palco, a contatto col pubblico. Sapeva trasmettere la sensazione di cantare per ciascuno dei presenti, a ognuno donava l’illusione (ma era poi illusione?) di aver avuto il proprio concerto personale. Per questo i fan considerano Gaber come uno di famiglia.
«La grande sfida è vivere senza certezze». L’ha detto Gaber. Un uomo che ha osato attaccare l’inattaccabile, in anni in cui era pericoloso farlo: le ideologie decrepite, il buonismo, il politicamente corretto, il politicamente scorretto, il mercato, i nemici del mercato, i tecnocrati. Destra e sinistra, Quando è moda è moda, La presa del potere, Si può: inni contro l’idiozia del conformismo, qualsiasi bandiera sventoli. Ne è stato ripagato con accuse di qualunquismo. Sciocchezze, cattiverie, invidie. È che Gaber ha poco a che fare con la politica, quella dei partiti, ma è profondamente politico. Perché ciò che conta, in lui, è la tensione morale, il desiderio di cambiare che si spinge fino all’Illogica utopia (Chiarelettere) che dà il titolo al volume a cura di Guido Harari, in collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber. Una «autobiografia» sapientemente ricomposta attraverso lo spoglio e l’editing di cinquant’anni di interviste.
Insomma, parla solo Gaber, dall’inizio alla fine. La curatela di Harari, grande fotografo rock, garantisce la bontà dell’aspetto grafico, strepitoso: non solo per le immagini ma anche per le riproduzioni di numerosi autografi e appunti di scena (lavorati e tormentati fino all’ultimo). Un libro destinato a diventare un punto di riferimento anche in virtù della discografia a cura di Claudio Sassi, che mette ordine in un campo complicato.
L’Illogica allegria fa così: «Lo so del mondo e anche del resto,/ lo so che tutto va in rovina.../ ma di mattina, quando la gente dorme/ col suo normale malumore,/ può bastare un niente,/ forse un piccolo bagliore,/ un’aria già vissuta, un paesaggio, che ne so.../ E sto bene.../ sto bene come uno quando sogna.../ non lo so se mi conviene/ ma sto bene, che vergogna.../ È come un’illogica allegria/ di cui non so il motivo, non so che cosa sia.../ È come se improvvisamente/ mi fossi preso il diritto di vivere il presente...».
Saranno anche solo canzonette, come dice Edoardo Bennato, ma a volte descrivono al meglio i paradossi della vita. E magari, senza volerlo, te la salvano. Grazie Gaber.