Ecco il Wenders fotografo della Terra

Il regista espone 59 fotografie alle Scuderie del Quirinale di Roma. «Nelle mie foto non c’è manipolazione, voglio solo ritrarre le creature di Dio»

Cinzia Romani

da Roma

Fotografa soltanto sterminati deserti australiani e manichini di legno abbandonati alle periferie di San Francisco. Oppure cimiteri di macchine e di uomini e negozi chiusi, che si chiamano «Entire Family», dove un vestitino in organza bianca resta appeso nel vuoto d’una vetrina senza vita. Per lui la costa adriatica è una foca di plastica gonfiabile, lasciata lì, a palleggiare un pallone dietro a un recinto sulla sabbia e Cuba un palazzo rosa smangiato dal sole: niente di più triste, ma affascina. Il possessore di quest’occhio assoluto sul desolato che è il mondo si chiama Wim Wenders, è un famoso regista di Düsseldorf, che vive tra gli Usa e Berlino e adesso mostra i suoi scatti alle Scuderie del Quirinale. «Wim Wenders. Immagini dal pianeta terra» (visitabile da oggi al 27 agosto) si chiama, infatti, il prestigioso allestimento delle sue cinquantanove fotografie, già esposte all’estero, tra Berlino e Bilbao. «Adoro i paesaggi e l’immensità della natura. Ho fatto ingrandire le mie immagini per trasportare anche i visitatori là dove io sono stato chiamato», spiega il regista, al quale il Palaexpo dedica pure una rassegna cinematografica, «Wim Wenders e gli amici americani», con una robusta carrellata dei suoi lavori, da apprezzare sulla terrazza delle Scuderie quirinalizie (da oggi fino al 26 agosto). Il viaggio fotografico, iniziato da Wenders nel 1983, quando l’artista cercava il posto adatto a girare Paris, Texas è continuato finora, tramite la preparazione di film noti, quali Fino alla fine del mondo e Buena vista social club. «Se non fosse stato per il mio amico Heiner Bastian, che mi ha spinto a tirar fuori dal cassetto centinaia e centinaia di rullini - spiega Wenders, accompagnato a Roma dalla moglie Donata - mai avrei avuto il coraggio d’improvvisarmi fotografo». E, ancora sul formato imponente delle sue foto, arriva una riflessione impegnativa: «Se uno si trova davanti qualcosa di grande, si fa piccolo. Così come mi son sentito piccolo io, di fronte all’universo, mentre realizzavo queste immagini». Che il regista tendesse al mistico, come quasi tutti i suoi conterranei, amanti della Natura contrapposta alla Cultura, si sapeva fin dai tempi degli angeli calati a Berlino. Ma ora, la sua inclinazione verso l’Assoluto (pare corroborata da letture bibliche, alla sera, in compagnia della moglie) esce allo scoperto. «I luoghi, le piante in cui mi sento “chiamato”, bisogna saperli ascoltare! Noi occidentali siamo convinti di possedere la terra ed è sbagliato. Gli aborigeni, invece, per me il popolo più simpatico conosciuto finora, credono che sia la terra a possedere loro», spiega Wenders, precisando: «Nelle mie fotografie non c’è manipolazione di sorta: in esse vedo la creazione di Dio, cogliendone la bellezza iniziale. Sono grato di aver potuto vedere queste cose». In «Lounge Printing», per esempio, singolare foto scattata in Arizona, una serie di poltroncine colorate, disposte a semicerchio, citano una conversazione appena finita, o magari mai cominciata. Sullo sfondo, l’immancabile frigo rosso della Coca-Cola, a sancire il debito americano di Wim. «Le foto non sono momenti congelati nel tempo, ma aprono le porte del tempo: guardando la hall di un albergo abbandonato in Arizona, si pensa alle migliaia di persone passate di lì».