«Eccomi in guerra: il mio martirio si chiama amore»

Il regista presenta il nuovo film «La tigre e la neve»: «Spero che al pubblico arrivi la forza del sentimento»

Cinzia Romani

da Roma

Già dal titolo, La tigre e la neve (allusivo di un raro abbinamento), l’ultimo film di Roberto Benigni converge verso la poesia, chiave di volta di quest’attesa opera nuova (dal 14 in 850 sale). In coppia con il sodale Vincenzo Cerami, qui coautore di soggetto originale e sceneggiatura, il cinquantatreenne regista toscano non si limita a confezionare una fiaba d’amore, ma si abbandona a un delirio freddo attraverso il poetico in sé. «Il mio film va dritto al cuore, non è né ideologico, né buonista. Anzi», esordisce l’autore de La vita è bella, smagrito nel suo completo marrone, «è un film epico, sul coraggio associato all’amore: per amare, ci vogliono Ulisse, Aiace e Patroclo tutti insieme», gigioneggia lui. Il quale, stavolta, è Attilio, poeta di media rinomanza e di rima facile («Topo/ ci vediamo dopo»), che cerca invano gli amorosi sensi di Vittoria, alias Nicoletta Braschi, monocratica musa benignesca, fuori e dentro il set. Lei, però, non si fa irretire da quell’omino sghembo, con la testa tra le nuvole, ma con i piedi per terra, quando si tratta d’inseguirla ovunque vada. Ci vorrà la guerra in Irak, per mettere alla prova la dedizione del poeta, che parte per Bagdad, non appena l’aedo amico Fuad (un Jean Reno versificatore in arabo!) gli comunica quanto sia grave la situazione di Vittoria, ormai in punto di morte. La donna, del resto, si era trovata sotto i bombardamenti angloamericani, per via d’una biografia su Fuad, che andava finita insieme a lui... Ma nel misero ospedale iracheno manca tutto e Attilio s’industria a cercare le medicine adatte, ricorrendo a un vecchio alchimista di Bagdad.
Danzando tra le mine e dormendo su una poltrona da barbiere; traversando il deserto via cammello e via moto («restare senza benzina in Irak: è il colmo!», esclama il protagonista, rimasto senza carburante), l’innamorato assiste la sua Vittoria, fino alla guarigione. E che importa se i soldati americani stavano per sparargli, a un posto di blocco: omnia vincit amor. Solo l’amico Fuad non avrà amore per la vita, finendo con l’impiccarsi, depresso dagli orrori bellici.
«Spero che al pubblico arrivi la forza del sentimento, la più eversiva del mondo: se non arriva l’emozione, siamo rovinati», si augura il regista, che qui inserisce Tom Waits (nel ruolo di se stesso), amico del Benignaccio sin dai tempi di Daunbailò. Certo, l’autore si butta in una peregrinazione sciamanica su un teatro di guerra irrappresentabile (per le scene dei combattimenti, ci si è rivolti al consulente di Spielberg), senza perdere di vista il discorso indiretto. «Non si può raccontare, la guerra. I fatti di sangue devono restare sullo sfondo. Ed è la prima volta che si mostra la parodia di un kamikaze», argomenta Benigni, avendo puntato «sulla grazia, ma anche sulla ferocia che richiede il comico, quando penetra territori sconosciuti». Del resto, «gli artisti sono sonnambuli: si muovono con grazia addormentata, sono Dio nell’Universo, presente ovunque, ma invisibile», spiega l’artista, commovente quando, accanto al letto della sua donna, recita il Paternoster, un occhio al cielo, uno alla mosca che ronza sul cuscino di lei («sono cattolico, son cresciuto sotto il suono delle campane e trovo sublime la scena della preghiera»). E spassoso quando, bardato di garze, cerotti e flaconi di medicinali, arriva al checkpoint dei soldati Usa, che lo prendono per un bombarolo.
Girato tra l’Umbria, Roma e la Tunisia, dove la popolazione locale, incuriosita, seguiva le riprese appollaiata sui tetti, il film è costato trenta milioni di euro alla Melampo, casa produttrice dei fratelli Braschi e uscirà in Francia e negli Usa, forse verrà proiettato in Irak. «Abbiamo chiesto una qualità straordinaria alle tecnologie digitali» spiega Nicoletta Braschi, pallida e vibrante. «Non voglio mettermi in cattedra e dire: la guerra è sbagliata. Il mio è un film ad personam: avevo dentro un sentimento, di quelli che ti sfasciano», avverte infine il regista, che dedica il suo lavoro ai genitori scomparsi.