Eco a Praga nel '68 non si accorse della repressione

Le sbandate degli intellettuali: nel reportage del semiologo dalla Cecoslovacchia invasa dai sovietici nell’agosto del 1968, non c’è traccia della repressione. Per colpire Berlusconi, invece, <strong><a href="/a.pic1?ID=281557">Asor Rosa rivaluta Mussolini</a></strong>

Due giorni fa è esplosa una polemica che covava dal 1968. A dirsele di santa ragione, su un momento capitale della storia contemporanea, due pezzi da 90 della cultura italiana: Enzo Bettiza (autore de La Primavera di Praga che proprio ieri veniva presentato a Cortina) e Umberto Eco.

Questo il nodo del contendere. Bettiza, parlando del suo libro ha ricordato un suo «faccia a faccia» con il futuro autore del Nome della Rosa. I due si incontrarono all’hotel Sacher di Vienna nel pieno della crisi praghese del ’68. Il socialismo dal volto umano di Dubcek stava per essere schiacciato dai carri armati di Mosca. Nel ricordo di Bettiza il destino dei poveri cecoslovacchi non faceva piangere lacrime amare al serafico Eco: «A lui non importava niente degli studenti, dei lavoratori di Praga; a lui importava solo che il blocco sovietico rimanesse compatto». Lapidaria la risposta del maître à penser da best seller: «Quel dialogo avvenne dopo e non prima del 21 agosto, giorno dell’invasione sovietica. Io ne scrissi sull’Espresso soltanto dopo essere fuggito da Praga in direzione Linz... Eravamo più o meno tutti per Dubcek. E poi come avrei potuto preoccuparmi per l’unità del mondo comunista, dal momento che si era già spezzata? Io credo che Bettiza mi confonda con qualcuno degli stalinisti che lui frequentava allora». E ognuno dei due ha citato dei testimoni: Alberto Ronchey (che dà ragione a Bettiza) e il poeta Nanni Balestrini (che dà ragione al suo amico Eco). Uno di quei casi in cui sarà difficile arrivare a una verità condivisa. Chi non era al Sacher non può dire la sua e chi c’era giura e spergiura di avere ragione.

Una cosa però la si può fare: andare a rileggere l’articolo che Umberto Eco pubblicò sul numero dell’1 settembre 1968 de L’Espresso e intitolato «Li ho visti danzare attorno ai carri armati». Magari aiuta a farsi un’idea. E dopo averlo letto l’impressione è che se Umberto Eco stava dalla parte degli insorti lo faceva a modo suo: un modo flebile flebile e tutto intellettuale. Che se Eco è passato dalle strade della capitale cecoslovacca nel mezzo di una delle repressioni più feroci del mondo lo ha fatto con l’aria distratta, e un po’ timida, di chi in una rivolta antitotalitaria non si trova a proprio agio quanto in una biblioteca o in un’abbazia benedettina.

Per accorgersene basta l’excusatio non petita che fa da cappello all’articolo: «Adesso che sono uscito, e qui a Vienna mi arrivano telefonate dall’Italia, tutti mi chiedono perché non sono restato. Ero sul posto... non dovevo rinunciare al colpo. Potrei rispondere che avevo problemi di famiglia, e che avevo benzina appena sufficiente per raggiungere la frontiera austriaca. La ragione però è un’altra: potranno ancora succedere molte cose a Praga, ma i due giorni prima e dopo l’occupazione mi hanno dato tutto quello che occorreva sapere...». Un ragionamento da far mettere le mani nei capelli a qualunque inviato, figurarsi a uno come Bettiza.

Certo, Umberto Eco inviato non è mai stato, nessuno aveva il diritto di chiedergli di rischiare la pelle. Ma già dalla necessità di giustificarsi sembra di poter capire che qualcuno ebbe da ridire anche allora. Però parliamo di un intellettuale ficcante, di un cervello sopraffino a cui basta un nulla per capire. Quindi magari i due giorni gli bastarono davvero...

Ecco qualche stralcio echiano sulla Praga messa a ferro e fuoco dai sovietici, del coprifuoco: «Un gruppo di redattori s’era asserragliato negli studi e i russi, ho saputo dopo, non trovavano la chiave del posto giusto. Così sin verso mezzogiorno la televisione ha funzionato... Ho il serbatoio a metà, la benzina non basta... mi spingo per la grande via dell’Armata Rossa, svicolando tra i carri armati. Al primo distributore mi accorgo che di benzina non se ne parla più. Ai negozi di alimentari grandi code... La gente parla in russo coi soldati, gli chiede perché sono lì. I soldati rispondono che a Praga c’è il colpo di stato fascista, la gente ride... La tensione è spasmodica ma la città brulica di folla come a una festa patronale, e ogni carro armato è un comizio... E così succede qui coi russi, sono degli amici, dal governo antipatico, ma buoni se presi uno a uno... Sono le due e mangiamo al ristorante dell’Hotel Paris, tutto una fioritura di liberty dal di fuori... La polemica non è con il comunismo è con l’alleato troppo forte che li sta colonizzando».
Se non è la descrizione di Disneyland poco ci manca. Non serve sapere cosa Eco ha detto a Bettiza nelle stanze del Sacher. Basta quello che ha scritto facendo benzina a Praga.

E se a qualcuno venisse il dubbio che all’Espresso i pezzi glieli chiedessero così, basta ricordare che il settimanale il 25 agosto titolò in prima: «Praga muore». Che Angelo Maria Ripellino iniziava sulla stessa testata un suo articolo con: «Sono tornato da Praga con disperazione e con rabbia. Dopo aver vissuto per due mesi le speranze e le apprensioni di un popolo, alla cui cultura ho dedicato gran parte della mia esistenza». Che un articolo scritto con lo pseudonimo di Telesio Malaspina aveva come occhiello «Chi sono i Quisling di cui l’Unione Sovietica si servirà per ridurre all’obbedienza il popolo cecoslovacco?».

Eco vide Praga a modo suo e chiuse il pezzo a modo suo: «Che devo fare? Suonare la marcia dei Marines? Ma i socialisti traditi che ho lasciato a Praga, questo non lo vorrebbero». E nel dubbio andò a mangiarsi una Sacher, a preoccuparsi dei destini del blocco sovietico con Bettiza (forse), a scrivere un articolo vacuo e assolutorio, a meditare su futuri, più redditizi, best seller (di sicuro).