Gli ecomostri che i milanesi vogliono abbattere

Rottamare gli ecomostri non è tabù. Anche se gli assessori comunali lavorano sul progetto di demolire il quartiere popolare del Giambellino e contano di presentare il piano agli inquilini entro pochi mesi, il sindaco Letizia Moratti anche ieri ha frenato, «non c’è alcuna ipotesi allo studio» ha ribadito. Eppure da designer, stilisti, critici dell’arte - in poche parole, i cultori del buon gusto - arriva l’appello a far seguire alle parole (almeno degli assessori) i fatti. E una classifica degli orrori urbani che il Comune dovrebbe far sparire dalla vista di turisti e milanesi. Philippe Daverio, storico e critico dell’arte ma pure assessore alla Cultura dal ’93 al ’97 con il sindaco leghista Formentini, è «felice» che la filosofia del tirar giù e rifare (meglio) i caseggiati popolari, dopo l’uscita di Alemanno per Tor Bella Monaca a Roma, prenda piede anche a Milano. «C’è una modernità non restaurabile - sostiene -, muoveva dal sogno infranto che il cemento armato fosse eterno. Ma ricostruire oggi con i vecchi parametri urbanistici rischia di generare altri ecomostri, bisogna avere il coraggio di cambiarli, sono di stampo anglo-americano non c’entrano nulla con la nostra città». Per dire, «va ridiscusso alla radice il concetto che in periferia le case devono avere una distanza di sei-sette metri. Per cosa? Per farci una fila di giardini morti? Meglio togliere le distanze e costruire su tre piani. La regola delle tre d: densità, dignità e decoro. E togliamo i progetti agli urbanisti per darli ai designer». I quartieri popolari «sono nati su un’idea idiota di socialità, non hanno mai generato radici, la gente li odia e scappa per l’happy hour. Il rischio è che succeda anche per i nuovi progetti in cantiere, come quello di Citylife che è assurdo». Butterebbe giù il quartiere Sant’Ambrogio, nella periferia sud («va raso al suolo, inutile la fontana triste e simili interventi per recuperarlo»), il quartiere San Siro, la fila di casermoni lungo via dei Missaglia («sarebbe da tirar giù l’80% del costruito oltre la circonvallazione esterna»). Non boccia neanche gli edifici di Gregotti, quanto tutto il recupero del quartiere Bicocca nel suo insieme: «Non hanno fatto parcheggi e nessun negozio ha voluto impiantarsi». Bene invece «le ex fabbriche trasformate in loft in via Savona».
Il designer Fabio Novembre abbatterebbe «le torri costruite da Ligresti lungo tutta la cintura periferica, si vedono arrivando da Linate e Malpensa, che show dell’orrore. Ed è stato assurdo migliorare invece che demolire i due grattacieli delle Fs in Garibaldi-Repubblica». Ma più che guardare agli ecomostri del passato «cerchiamo di alzare il livello dei palazzi che si andrà a realizzare». A volte, considera lo stilista Elio Fiorucci, abbattere «è una chirurgia estetica necessaria per il corpo della città. Fa soffrire meno chi ci abita e chi la guarda. Anzi, bisognerebbe concedere maggiori volumetrie a chi consente di demolire un edificio privato orribili». Un esempio? «Il grattacielo all’incrocio tra corso Buenos Aires e viale Tunisia». Per Linus, direttore artistico di Radio Deejay, «bene abbattere quartieri degradati, ma seguendo l’esempio di altri paesi civilizzati invece di continuare a rendere edificabili i terreni sarebbe bello restituirne a verde e servizi». Simbolo della speculazione edilizia «gli edifici in zona Certosa che appaiono arrivando dalla tangenziale», una fila di «mostri» dove spicca il cinema multisala.