Economia e questione iraniana nel vertice tra Cina e Stati Uniti

Difficile un’intesa sul nucleare degli ayatollah. Pechino promette a Gates «guerra alla pirateria»

da Washington

E finalmente è giunta l’ora di George Bush nel fitto carnet della visita di Hu Jintao negli Stati Uniti. Il presidente cinese arriva oggi a Washington, la capitale, da Washington sul Pacifico in cui ha concluso importanti accordi commerciali e altri ne ha avviati, dalla Microsoft di Bill Gates (protezione contro la «pirateria») alla Boeing (fornitura di 80 aerei). L’incontro alla casa Bianca tra Bush e Hu servirà soprattutto a mettere sul tavolo le rispettive posizioni e ad allentare le tensioni e le polemiche non strettamente necessarie.
Per questo, e non solamente per comodità geografica, Hu ha iniziato il suo periplo americano sulla costa del Pacifico e ha dedicato oltre due giorni del suo tempo a gente del business perché le relazioni della Cina con il mondo americano degli affari sono migliori e più facili che non con il mondo politico. Naturalmente non si tratta di due mondi totalmente separati e lo conferma l’agenda del vertice alla Casa Bianca. In essa ha un posto importante il rapporto di cambio fra il dollaro e lo yuan, che gli americani considerano sottovalutato al fine di rendere ancora più concorrenziali i prodotti cinesi. Il portavoce della delegazione di Pechino ha confermato che del problema «certamente si parlerà nei prossimi giorni». Finora Pechino ha fatto su questo punto concessioni marginali, che non hanno impedito che lo sbilancio commerciale fra i due Paesi si accrescesse ultimamente nel 2005, toccando la cifra record di 203 miliardi di dollari.
Ma la spinta principale di Bush nei confronti dell’ospite continua ad essere diretta sulla crisi iraniana e per ora non si vedono risultati di rilievo. Il governo americano continua a propugnare una linea dura nei confronti di Teheran, per molti versi simile a quella adottata quattro anni fa verso l’Irak (e sfociata nel 2003 nella guerra) ma con molta più «carne al fuoco» e pericoli reali e planetari sia nel caso che il regime degli ayatollah concluda entro qualche anno con successo il suo progetto nucleare sia nell’eventualità che per impedirlo si faccia ricorso a una guerra, che comporterebbe fra l’altro un aumento ulteriore dei prezzi petroliferi, devastante per tutti, ma soprattutto per un’economia come quella cinese in crescita così impetuosa e con tanta «fame» energetica.
Anche per questo Pechino si è finora opposta non solo alla guerra, ma anche a qualsiasi sanzione dell’Onu contro l’Iran che contenga una clausola interpretabile da Washington come un casus belli. Bush si è detto più volte pronto addirittura ad usare l’atomica per distruggere gli impianti in cui l’Iran «gioca» con l’atomo. Hu ha sempre sottolineato che l’unica via è una «soluzione pacifica». È difficile che oggi si mettano d’accordo.