Economia ligure in crisi, calano ordini, produzione e fatturato

(...) attacchi al management da parte dell’allora sindaco Marta Vincenzi. Oddio, poi i fatti hanno ampiamente dimostrato che Marta non aveva tutti i torti e le continue tegole giudiziarie che si sono addensate sulla galassia Finmeccanica certo non lasciano tranquilli. Ma, in quel momento, il sindaco avrebbe dovuto essere fortemente a fianco dei lavoratori e dell’azienda, anche risparmiando alcune parole. Persino quelle giuste.
Oppure, casi surreali, come proprio quello del Carlo Felice. I cui lavoratori, al culmine di una vertenza sindacale, aderirono a uno sciopero nazionale - in quell’occasione era la Cgil, ma stavolta non era un particolare decisivo - che cadeva proprio nell’unica serata dell’anno in cui Finmeccanica ha qualcosa «in cambio» rispetto al suo pesantissimo impegno finanziario nel teatro dell’opera, e cioè un concerto per i lavoratori del gruppo Finmeccanica, per i loro parenti e per gli ospiti delle aziende. Insomma, niente di trascendentale, non una richiesta di quelle che è impossibile accontentare. E, invece, quel concerto non si fece e non fu mai recuperato. Chiaramente, potete immaginarvi, con quale entusiasmo di Finmeccanica nel finanziare una roba simile.
Mi dilungo su questa storia del concerto saltato perchè è una piccola cosa, ma mi sembra quasi una cartina di tornasole su un certo modo di ragionare e sull’ingratitudine che spesso regna a Genova. Ma, per una volta, la colpa non fu solo del sindacato, ma anche del commissario straordinario Giuseppe Ferrazza che - quando la Cgil gli fece balenare la possibilità di un incontro risolutore - disse qualcosa che suonava pressappoco così: «Ormai è troppo tardi». Eppure, di quello sciopero si parlava da settimane. E, in una graduatoria delle responsabilità, ci sono anche tutti coloro, dal consiglio di amministrazione del Carlo Felice al sindaco, all’assessore alla cultura, alle istituzioni in generale, che non hanno fatto nulla per svegliare Ferrazza e dirgli che, forse, sarebbe stato il caso di alzare il sedere e ascoltare i sindacati per non scontentare Finmeccanica.
E devo dire che, fra tante cose non epocali, nelle prime settimane da sindaco, Marco Doria ne ha fatta una giusta: insistere più volte sulla difesa dell’importanza di Finmeccanica per Genova e lavorare in tandem con Claudio Burlando, in questo momento insieme a Gigi Grillo il politico ligure che ha più colloqui e contatti con Corrado Passera, per difendere il suo ruolo e la sua importanza, occupazionale e non solo, per la città.
Ribadisco, è una piccola storia. Ma è quasi il racconto di una certa Genova e di un certo modo di ragionare. Lo stesso che - anni fa - fece ricadere su Genova il costo del salvataggio dell’intero gruppo Finmeccanica, sacrificando il gioiellino Elsag Bailey che era stato una geniale intuizione di un grande manager come Enrico Albareto. L’ex sottosegretario azzurro ed ex consigliere comunale dipietrista Alberto Gagliardi, che non è però un’ex memoria storica della città, ne fece una delle sue battaglie, di quelle sue intuizioni che spesso ha prima del tempo, con i fatti che gli danno ragione a distanza di anni, non fosse che a volte le sue ragioni sono sminuite dai modi fin troppo calorosi e irruenti e da un protagonismo indubbio e spesso eccessivo. Insomma, sta di fatto che Gagliardi aveva perfettamente ragione su Elsag Bailey e il suo trionfo postumo è stato quando anche Claudio Burlando, che invece non capì al meglio quella partita, gli diede pubblicamente ragione il giorno del ricordo di Albareto.
Insomma, vichianamente, la storia è corso e ricorso di eventi. E anche la storia dello smembramento del civile di Finmeccanica che va in scena in questi giorni, sembra ricordarlo. Ieri mattina i lavoratori sono scesi in piazza (paralizzando mezza città, sic, ma è mai possibile che non ci sia altro modo per far sentire le proprie ragioni?) per opporsi «al processo di destrutturazione quale la vendita degli asset del civile di Finmeccanica», cioè sostanzialmente le produzioni di turbine e strumenti per l’energia di Campi e i sistemi di segnalamento ferroviario. Le istituzioni concordano con i lavoratori e sono della partita anche i vertici di Federmanager Liguria, particolare non indifferente.
Il problema non è opporsi a prescindere alle vendite, ci mancherebbe altro. Non si può essere liberali a giorni alterni e difendere dei carrozzoni indifendibili. Il problema è che questi non sono carrozzoni, ma gioielli dell’impresa italiana e dell’italianità, un po’ come lo sono tanti asset di Fincantieri, che hanno portato giustamente il suo amministratore delegato Giuseppe Bono a Venezia a rivendicare con orgoglio: «Non siamo le vecchie partecipazioni statali assistite, noi stiamo sul mercato». E il fatto che le commesse governative italiane non superino il dieci per cento del totale del fatturato Fincantieri la dice tutta.
Insomma, occorre stare attenti a buttare il bambino insieme all’acqua sporca. Perchè il fatto che tedeschi, giapponesi e americani guardino con interesse agli asset civili di Finmeccanica è un segno di valore di quegli asset; alla spazzatura non si interessa nessuno.
Il problema è però di strategie industriali del Paese. Ormai, il progetto è andato in soffitta, ma siamo proprio sicuri che la creazione di «Finmeccanica due», cioè lo scorporo delle attività civili dalla holding e la concentrazione di quelle militari, comprese anche quelle di Fincantieri, in una seconda società, fosse un progetto sbagliato? Progetti come quello per le fregate Fremm o Orizzonte sistemi navali farebbero dire di no, ma certo i tempi sono cambiati rispetto a quando si pose per la prima volta il problema.
Insomma, faccio una domanda. Non do risposte, anche perchè davvero penso che siamo fuori tempo massimo.
Però, lasciatemelo dire, mi pare una domanda molto più interessante di quelle relative alla presenza di un consigliere di amministrazione ligure nel consiglio di amministrazione della holding, che tanto eccitò la nostra città e il nostro mondo politico (in modo bipartisan, addirittura) nei mesi scorsi.
Citarsi non è mai elegante, ma quando ce vò, ce vò. E allora andiamo a prendere il Giornale del 9 aprile 2011, quando scrissi un articolo dal titolo magari non finissimo, ma almeno chiaro: «Nessun ligure in Finmeccanica? Chissenefrega». Sottotitolo: «È davvero surreale il fatto che ci si scandalizzi per la mancata presenza di un consigliere di amministrazione nella holding pubblica. Il Pd dimostra che, nel governo Prodi, su oltre cento membri, aveva il solo Forcieri». E, anche leggendo all’interno del pezzo, scrivevo: «Il problema della Liguria, semmai, con la nuova organizzazione di Selex, potrebbe essere lo squilibrio delle provenienze da Elsag a favore di quelle di Datamat, con il rischio che la componente romana dell’azienda abbia il sopravvento su quella genovese e che la professionalità di Elsag sia svuotata da Selex. Insomma, questi sono i veri problemi, non una poltroncina in più o in meno». E, aggiungo, nemmeno un gettone in più o in meno a un amico di un partito piuttosto che dell’altro.
Detto tutto questo, vogliamo discutere, senza verità in tasca, e difendere la genovesità di queste aziende?
Noi ci siamo.