Economia in ripresa: S&P promuove l'Italia

Migliora il fabbisogno e la produzione cresce più che nel resto d'Europa. Per l'agenzia di rating l'economia della Penisola è in crescita e diversificata. Centrato l'obiettivo del 5% del pil. Governo essenziale per i conti pubblici

Mentre si sta discutendo su quali siano i meriti e i demeriti del governo italiano di fronte alla crisi e se sia vero che esso è immobile o, addirittura, allo sbando, come sostengono alcuni commentatori, giungono tre pagelle positive. La prima è quella dell’agenzia di rating Standard & Poor’s, che si conclude con il voto sul debito pubblico italiano, a cui viene confermata la «A+» per le emissioni a lunga scadenza. A questa pagella si collega quella con le cifre dell’andamento del fabbisogno di Tesoreria del nostri Stato, cioè il deficit fra entrate e spese. In ottobre questo deficit è stato di 7,5 miliardi contro gli 11 realizzati nell’ottobre 2009, con una diminuzione di 3,5 miliardi, circa un terzo del totale.

Ottobre è un mese brutto per i conti pubblici. Ma quest’anno la situazione è migliorata perché le entrate cominciano a crescere, in relazione alla ripresa economica e al contrasto all’evasione, mentre le spese sono sotto controllo. Così nei primi dieci mesi del 2010 il fabbisogno è stato di 72 miliardi, 11,5 in meno che nel 2009. Molto di più si potrà sapere quando saranno conosciuti i gettiti dell’autotassazione di novembre. Ma con i dati di questi primi dieci mesi è oramai certo che l’Italia quest’anno centrerà l’obbiettivo di mantenere il suo deficit entro il 5% del Pil. Un importo percentuale ancora troppo alto, ma in diminuzione rispetto a quello dello scorso anno (5,3%) e minore della media dell’euro zona che è il 6,6% e dell’Unione europea che è il 7%. E con il conseguimento dell’obbiettivo del deficit al 5% nel 2010 si garantisce che la manovra posta in essere questa estate possa portare nel 2011 il nostro deficit al 3,9% e nel 2012 finalmente al 2,7 per cento.

Il buon andamento di ottobre conforta il governo nel varare la manovrina di metà novembre di 7 miliardi di spese, interamente coperte senza aumenti della pressione fiscale generale (buona parte delle entrate deriveranno da lotta all’evasione e da proventi del gioco e da concessioni di «frequenze»), che servirà per la cosiddetta «fase 2», di rilancio della crescita, attuata con prudenza. Non con la spensieratezza che l’opposizione continua a consigliare. Questa ci provocherebbe il degrado del voto del nostro debito pubblico, cui conseguirebbero il rincaro dei tassi di interesse sulle nuove emissioni titoli e ripercussioni negative sulla nostra economia. Questa per riprendersi e crescere e quindi per innovare e investire ha bisogno di un quadro interno di stabilità e sicurezza.

L’impostazione prudente del governo ha avuto buoni effetti. Ad agosto la nostra produzione industriale ha segnato un +9,5% contro una media dell’euro zona pari al 7,9%, il 4,2% del Regno Unito e il 6% degli Usa. Siamo sopra la Francia (+3,2%), e poco sotto la stupefacente Germania (+10,7%). La disoccupazione è all’8,3% (8,2% secondo le previsioni dell’Economist), contro il 10,1% dell’euro zona e della Francia. Ci batte la Germania che ha un tasso di disoccupazione del 7% grazie alla flessibilità dei contratti di lavoro di tipo aziendale. L’indice Pmi (Purchasing power index) di ottobre in Europa, migliora e sono Germania e Italia a fare da traino. In Germania è salito dai 53,7 punti di settembre a 54,6 di ottobre e in Italia da 52,6 a 53.

Standard & Poor’s nota che l’economia italiana è relativamente prosperosa e diversificata. Ciò contribuisce a dare una spiegazione della capacità di ripresa che si è manifestata. Ma si deve aggiungere che ha operato positivamente anche la cassa integrazione, che ha mantenuto nelle imprese la manodopera consentendo di approfittare del miglioramento dei mercati, appena esso si è manifestato. E il quadro di certezze circa la nostra finanza pubblica ha permesso al sistema bancario e alla Borsa di sorreggere la ripresa con i finanziamenti.

La ricerca di nuovi mercati è stata ben sostenuta dalla politica del governo che mediante Berlusconi e i vari ministri, ha intrecciato rapporti con nuovi Paesi. Però Standard & Poor’s osserva che il quadro positivo potrebbe deteriorarsi, generando un ribasso della valutazione del nostro debito pubblico. Ciò «se l’instabilità politica dovesse impedire l’implementazione del programma corrente o se il governo non riuscisse a fare ulteriori robusti aggiustamenti per raggiungere gli obbiettivi finanziari».

Ecco un messaggio chiaro, sulle responsabilità di chi decidesse di staccare la spina al governo Berlusconi. La continuità del governo è essenziale per la tenuta dei nostri conti pubblici e per i nostri equilibri finanziari, che sono la condizione di base per la crescita. Questa, su tale base, per il 75% dipende dalle imprese e dai sindacati e solo per il restante 25% da ciò che può fare il governo per stimolarla. Sparare sul pianista adesso è un pericoloso autolesionismo.