«In economia, se non c’è fiducia è gelo»

C’è un motore invisibile dell’economia che muove, indirizza, consolida. Che sostiene, spinge, rigenera. Si chiama fiducia, un propellente indispensabile a ogni prospettiva di espansione. L’equazione è elementare: c’è fiducia, e l’economia cresce. Non c’è fiducia, e l’economia va in crisi, perché tutti i comportamenti, singoli e collettivi, s’inceppano in una frenata comune. La fiducia è, essenzialmente, un atteggiamento psicologico: buone notizie la alimentano, cattive notizie la annientano. Chiediamo a Luigi Campiglio, professore di politica economica all’Università Cattolica di Milano: se, per puro paradosso, il mondo non avesse saputo che Lehman Brothers era fallita, le cose sarebbero andate diversamente?
«È stato un momento-simbolo per i risparmiatori e quel 15 settembre viene ormai associato all’11 settembre delle Torri gemelle. Ma io ricordo un’immagine più emblematica: quelle dei correntisti della Northern Rock in coda per ritirare i loro depositi. Un’immagine che ha evocato gli anni Trenta e che ha avuto un nefasto effetto di contagio psicologico. Del resto, guardando l’andamento del titolo Lehman Brothers, non ci si può nascondere che da mesi stava precipitando. C’era già qualcosa nell’aria. Tuttavia, è vero, la notizia del suo fallimento ha fatto il giro del mondo e ha avuto un effetto raggelante: in 24 ore tutti hanno avuto più paura».
Come si misura la fiducia in economia?
«Di suo, è un concetto poliedrico. Ma gli indicatori di “confidence” o di “sentiment” vengono elaborati in tutti i Paesi, mensilmente, con buona attendibilità. Misurano la disposizione d’animo di consumatori e imprenditori e sono seguiti con particolare attenzione, perché analizzano l’atteggiamento verso il futuro».
Osservandoli oggi, che cosa si evince?
«Due dati contraddittori: negli Stati Uniti l’indice scende ancora, in Germania si è fermato».
Che cosa significa?
«I dati tedeschi sono d’auspicio. In fondo, l’obiettivo di tutti, di fronte a una crisi, è uno solo».
Quale?
«Capire quando si è toccato il fondo».
E si riesce a capire?
«Niente è oro colato, ma tra indici sulla fiducia ed economia reale la corrispondenza c’è ed è verificata. Certo, esiste l’interrogativo chi causa che cosa, un po’ quello dell’uovo e della gallina. Ma il legame tra percezione soggettiva e produzione esiste, è statisticamente documentato».
È giusto darsi come obiettivo quello di ricostituire il clima di fiducia?
«È sacrosanto».
E come si fa?
«Non esiste una ricetta precisa. Ma si possono fare degli esempi».
Prego.
«Negli Stati Uniti il fondo di garanzia dei depositi bancari è di 250mila dollari, da noi 104mila euro. Potrebbe rassicurare i risparmiatori portarlo, poniamo, a 200mila euro; in pratica, i 200 milioni originari».
Una tale decisione non avrebbe un effetto contrario?
«No, perché non c’è una tempesta in corso sulle banche italiane. Quel che vale è la promessa, nell’intento di non dover mai farci ricorso».
Altro esempio?
«Un sistema stretto di vigilanza che accerti come le banche impiegano il denaro - specie se messo a disposizione dallo Stato - e che verifichi l’attendibilità dei dati sui crediti in sofferenza. Delle misure efficaci in questo senso darebbero una sferzata di fiducia a tutto il sistema: lo insegna l’esperienza del Giappone nel 2003».
Darebbe fiducia anche al rapporto tra banche e banche, che oggi si guardano tra loro con grande diffidenza?
«Sì, e ridarebbe fiato ai prestiti interbancari».
Anche la Borsa ha bisogno di fiducia...
«Sì, oggi c’è un eccesso di “underconfidence”, che presenta un rischio ulteriore: a questi prezzi qualcuno si può comprare le nostre imprese per una manciata di euro».