I signori dei fondi comuni perdono la sfida con i Bot

Un euro affidato 30 anni fa ai gestori ne vale oggi 4,9. Uno dato allo Stato 5,9

I fondi comuni di investimento, che banche e promotori finanziari vendono ai piccoli risparmiatori, finiscono sovente con il rendere gli italiani «più poveri» o perlomeno «meno ricchi» che se questo stesso denaro fosse stato affidato ai «tranquilli» Bot emessi dal Tesoro. Negli ultimi dieci anni il «distacco» in termini di patrimonio (e quindi la distruzione di ricchezza) tra i risultati ottenuti dai gestori e quelli dei Bot è stato infatti di 7 miliardi, e l'ammanco sale a 86 miliardi in 15 anni.

La bastonata, contenuta nell'«Indagine su Fondi e Sicav» che l'ufficio studi di Mediobanca compila da 23 anni e diffonde ai soli quotidiani anche per evitare repliche da Assogestioni (l'associazione che difende la lobby del settore), è di quelle che fanno male. Soprattutto all'immagine di quelle case di investimento che, senza nulla togliere alle medie stilate da Piazzetta Cuccia (lo studio fotografa il 95% del comparto), fanno invece fare soldi ai clienti.

Un dato immediato: per ogni ipotetico euro investito nel 1984 i fondi ne restituiscono oggi in totale 4,9, contro i 5,9 ottenibili se, nello stesso periodo, si fosse puntato sui Bot annuali. E per chi pensa che 30 anni siano troppi da aspettare, basta dire che a sei anni (compreso il terribile 2008) i titoli di Stato hanno reso nel loro complesso il 16% contro il 7,7% «strappato» dai gestori. Non certo quello che ci vuole per invogliare a scommettere sulla Borsa padri di famiglia che faticano sempre di più a sbarcare il lunario, anche perché lavorano quasi sei mesi all'anno soltanto per pagare le tasse (l'Italia ha un carico fiscale medio del 44%). A onor del vero la situazione si è ribaltata nel 2013,quando i guadagni al netto delle imposte dei fondi (3,4%) hanno «staccato» i Bot (1,3%) di oltre 2 punti, cui si aggiunge il picco dei prodotti azionari (11,7%) e dei bilanciati (5,6%). E anche il 2014 si preannuncia un esercizio positivo.

Ma che cosa ha reso così «poco performanti» i nostri fondi sul medio-lungo periodo? Certamente pesano i costi che ci «appicciano» le banche e le reti di distribuzione: 2,6 miliardi di commissioni addebitate nel solo 2013 (pari all'1,2% del patrimonio in gestione contro l'1,4% precedente). Più nel dettaglio sono sempre «salatissimi» i prodotti azionari (al picco storico del 2,9% per il peso delle provvigioni di incentivo), cui si aggiungono bilanciati (1,8%) e obbligazionari (1,2%). A titolo di confronto, nel più efficiente mercato statunitense gli oneri si fermano allo 0,74% (0,77% gli azionari e 0,17% i monetari). Naturalmente Wall Street ha dimensioni e quindi economie di scala impensabili per Piazza Affari, ma i dubbi aumentano quando si scopre che i nostri gestori continuano a cambiare i titoli che hanno in portafoglio. Il «giardinetto»di azioni e obbligazioni muta infatti completamente ogni 9-10 mesi, per un tasso di rotazione di 1,3 volte che lo studio di Mediobanca bolla come «anomalo». Nei Paesi anglosassoni questo stesso parametro si ferma allo 0,8%. Di questa «indecisione» fanno le spese anche i risparmiatori. Forse anche per questo l'industria del risparmio gestito italiana vale come patrimonio solo il 13% del pil (contro il 75% europeo) mentre nel 1999 superava il 40%. Lo Stivale è poi progressivamente scivolato dal quartro al poco lusinghiero 14mo nella classifica mondiale, subito prima del SudAfrica. Senza considerare il trasloco dei fondi verso tassazioni più favorevoli come Lussemburgo e Irlanda.

Nello studio ci sono però almeno due note positive. Gli italiani stanno dando fiducia al risparmio gestito tanto che nel 2013, dopo nove anni difficili, la raccolta è tornata in positivo(17 miliardi) ed è andato bene anche questo semestre. Cui aggiungere che i fondi pensione da fine 2000 hanno comulato con i negoziali un rendimento del 45%, superando per la prima volta dal 2006 la rivalutazione del Tfr (41,1%).