Allarme di Bankitalia: "Crescita dimezzata"

Il governatore Draghi rivede al ribasso le stime del pil di gennaio, mentre i consumi ristagnano. "Colpa soprattutto del caro greggio che frena le esportazioni"

Roma - Economia in forte rallentamento, investimenti e consumi stagnanti sino a fine 2009, inflazione elevata e calo del potere d’acquisto delle famiglie, che alla fine del 2009 «potrebbe essere inferiore a quello medio del 2007».

Un quadro dai toni scuri quello che la Banca d’Italia presenta nel Bollettino economico reso noto ieri. Rispetto a gennaio, le stime di crescita si sono più che dimezzate: sia quest’anno che nel 2009 il prodotto interno lordo dovrebbe aumentare di un misero 0,4%, contro l’1% e l’1,1% previsti in gennaio. «Dopo l’espansione relativamente vivace del primo trimestre di quest’anno - sostiene via Nazionale - il Pil rischia di ristagnare nei sette trimestri successivi».

Il peggioramento delle stime di crescita, spiegano gli economisti del servizio studi di Bankitalia, deriva dall’effetto-petrolio: riducendo la capacità di spesa delle famiglie, comprime i consumi; e induce, per via delle minori prospettive di domanda, un ridimensionamento dei piani di investimento da parte delle imprese. Gli investimenti dovrebbero crescere di un modesto 0,3% l’anno, per due anni; le esportazioni sono previste in calo (+2% quest’anno e +1,5% nel 2009); la domanda nazionale dovrebbe restare ferma, mentre l’inflazione al consumo schizzerà al 3,8% nella media 2008, con un picco del 4% dell’indice armonizzato Ue già toccato in giugno, «il livello più elevato dalla metà degli anni Novanta». Depurata dagli effetti importati dall’estero, l’inflazione resterebbe su livelli molto più accettabili, intorno al 2,5%.

Il quadro di Bankitalia è segnato dall’aumento senza precedenti dei prezzi del petrolio e di altre materie prime. Rispetto a gennaio, le proiezioni del prezzo del greggio per quest’anno e per il 2009 sono più elevate, rispettivamente, di 35 dollari e di 55 dollari al barile. Inoltre, l’indebolimento dell’economia americana e il ribasso dei tassi Usa hanno determinato negli ultimi sei mesi «un nuovo, accentuato deprezzamento del valore del dollaro, il 7,5% nei confronti dell’euro». Una dinamica che si ripercuote negativamente sulla competitività delle merci prodotte in Eurolandia e nel nostro Paese.
Nei dodici mesi terminati lo scorso marzo, rispetto all’anno precedente, «la redditività delle imprese italiane è peggiorata». A fine marzo, i debiti finanziari delle imprese avevano toccato il 74,35 del Pil, lo 0,7% in più del periodo precedente. Inoltre, si stanno cominciando a vedere i primi segnali di stretta del credito: nel primo trimestre di quest’anno, le condizioni di offerta di prestiti alle aziende hanno fatto segnare «una moderata restrizione, anche delle quantità».

L’incertezza di questo quadro è «molto elevata», concludono gli economisti di Mario Draghi. C’è il rischio che proseguano i rincari delle materie prime energetiche «comprimendo la capacità di spesa delle famiglie». E resta incerta anche la situazione sui mercati finanziari, con un conto perdite e svalutazioni giunto a 400 miliardi di dollari, e «con possibili ripercussioni sulle prospettive di sviluppo dell’economia mondiale». La riduzione del potere d’acquisto preoccupa i sindacati, che stanno trattando con Confindustria la revisione del modello contrattuale. Commenta il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni: «Bisogna concludere l’accordo sui contratti, e il governo deve ridurre le tasse».