Anche le popolari nel mirino del governo: voto capitario a rischio

L'ipotesi dell'abolizione comparirebbe in una bozza del «ddl concorrenza», insieme con lo stop al limite del possesso azionario

Un vero e proprio terremoto potrebbe far crollare l'architettura societaria su cui si regge la governance delle banche popolari. Una bozza preliminare del «ddl concorrenza», a cui il governo sta da tempo lavorando, prevederebbe l'abolizione del voto capitario per i soci delle popolari. Inoltre, verrebbero eliminati i limiti di possesso del capitale sociale, anche per le Fondazioni bancarie.

Ormai da anni, le autorità di vigilanza, dalla Banca d'Italia all'Antitrust, auspicano una riforma degli organi amministrativi delle banche popolari, e diversi progetti di legge in proposito giacciono (è proprio il caso di dirlo) in Parlamento. Adesso, a quanto riporta l'agenzia Public policy, il governo starebbe prendendo in mano la questione, inserendo le norme nel ddl concorrenza.

Un provvedimento ancora in preparazione al ministero dello Sviluppo economico, che si occupa un po' di tutto: dalla completa liberalizzazione del mercato energetico, del trasporto pubblico e delle pompe di benzina, fino all'eliminazione di ogni vincolo all'apertura di farmacie e nuove edicole. Vi troverebbe posto anche la deregulation della professione notarile oltre ad interventi sulla Rc auto. Una legge omnibus, insomma, con tutte le difficoltà e gli ostacoli del caso. A quanto risulta, le proposte provenienti da autorità di vigilanza e di vari ministeri sono ancora in via d'assemblamento al dicastero di Federica Guidi.

Tra le numerose norme che toccano interessi ormai stratificati nel tempo, quelle sulle banche popolari appaiono destinate ad affrontare resistenze fortissime. Nella bozza di testo, secondo Public policy, sarebbe prevista l'abrogazione dell'articolo 30 del Testo unico in materia bancaria e creditizia, che definisce la struttura societaria delle popolari, e prevede tra l'altro il voto capitario per ogni socio qualunque sia il numero delle azioni possedute, e il limite dell'1% del possesso azionario per ogni socio (elevato al 3% per le fondazioni). Con la cancellazione dell'articolo 30 verrebbe anche meno il vincolo del numero minimo di 200 soci.

Un'altra norma riguardante le popolari che sarebbe contenuta nella bozze del ddl concorrenza è l'abolizione dei vincoli di delega della rappresentanza in assemblea da parte dei soci. Verrebbe infatti abrogato l'articolo 137, comma 4, del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, che esclude le società cooperative, e dunque le popolari, dall'applicazione delle norme in materia di deleghe di voto.

Né la moral suasi on della Banca d'Italia né i tentativi dei passati governi sono finora riusciti nell'intento di scalfire l'architettura societaria delle banche popolari. Potrebbe ora provarci il governo Renzi. Ma ora che la stella del premier si sta appannando, le velleità liberalizzatrici e riformatrici potrebbero essere demolite nello scontro coi poteri forti, quelli forti sul serio.