Ansaldo senza ordini e manager paga lo stallo dei vertici Cdp

Il gruppo genovese verso conti 2017 critici. Lascia l'ad Abbà, ma al suo posto torna Zampini: soluzione ponte

Il cambio al vertice di Ansaldo Energia, avvenuto martedì scorso senza troppa pubblicità, risolve solo temporaneamente i problemi gestionali della società genovese; e non quelli operativi che si intravvedono ormai da qualche anno. Mentre nello stesso tempo segnala la situazione di stallo dell'azionista di maggioranza: la Cassa Depositi e Prestiti. Il colosso nazionale finanziario e di partecipazioni industriali controllato dallo Stato ha il suo vertice in scadenza. È l'unica tra le grandi società pubbliche ad avere il rinnovo nel 2018 e sta subendo il condizionamento delle elezioni politiche. L'attuale vertice, guidato dal presidente Claudio Costamagna e dall'ad Fabio Gallia, è stato nominato dopo un vero e proprio ribaltone dal governo Renzi. E per questo ora è tutt'altro sicuro della riconferma, che dipenderà dal prossimo governo. Con quello che ne consegue in fatto di scelte strategiche.

Il caso Ansaldo è sintomatico: la società genovese che produce e vende turbine in mezzo mondo è stata rilanciata nel 2014 dalla partnership con i cinesi di Shanghai Electric Corp (conclusa dal precedente vertice di Cdp), che hanno rilevato il 40%. Ma dopo è mancata una forte fase due che, secondo i più attenti osservatori di un mercato internazionale e complesso, doveva passare dalla scelta di un management all'altezza. Della situazione si è intravisto qualcosa nell'ultimo bilancio disponibile, quello del 2016, in cui la spa ha chiuso in rosso per 16,7 milioni con ricavi in calo del 18% e del 34% rispetto al 2014. Mentre il consolidato è stato positivo per 48,4 milioni grazie a capitalizzazioni per oltre 91 milioni.

Ora si aspetta il bilancio del 2017, ma le attese di molti analisti del settore non sono buone, soprattutto dal lato degli ordini, che per Ansaldo rappresentano il fatturato del futuro. Perplessità accompagnano anche l'acquisizione, nel 2016, di Alstom in Svizzera, che non avrebbe portato vantaggi tecnologici per breve e medio termine. Mentre, dal lato del lavoro, non riuscirebbe a trasferire operatività nello storico sito genovese del gruppo, dove lavorano 2.800 dipendenti. Il cui futuro, se gli ordini non dovessero riprendere, diventa a rischio. In questa chiave, per esempio, la politica di embargo all'Iran imposta dalla Cdp non ha certo aiutato. Sul 2017 ha influito anche la crisi al vertice della società: l'ad Filippo Abbá, scelto da Cdp poco più di un anno fa, oltre a non essere mai apparso un super manager del comparto, è stato poi indagato per una storia di tangenti quando lavorava altrove. Una situazione che ha creato un problema reputazionale ad Ansaldo e che, di fronte all'inerzia di Cdp, ha spinto i soci cinesi a lamentarsi in forma ufficiale. Sta di fatto che se n'è andato un anno intero: Abbà ha lasciato solo l'altro ieri. E la Cdp in scadenza ha scelto di non scegliere: nuovo ad è stato nominato il presidente Giuseppe Zampini, considerato a Genova il grande vecchio di Ansaldo. Ma un ritorno al passato: lo stesso Zampini aveva lasciato la carica di ad nel 2016 proprio per fare posto ad Abbà. Costamagna avrebbe voluto mandare il capo di Cdp Equity, Guido Rivolta, considerato però dai cinesi privo della necessaria esperienza. Esito finale: Rivolta è arrivato lo stesso, ma come presidente (carica che poteva restare a Zampini ad interim.)

La quotazione in Borsa, prevista nel 2018, è ora di fatto accantonata. Mentre il futuro ad lo cercherà il prossimo vertice Cdp e arriverà con il rinnovo del cda del 2019. Un altro anno che rischia di essere perduto.