«Antonveneta italiana senza diktat»

nostro inviato a Gubbio

Il ritorno di Antonveneta in mani italiane grazie all’offerta del Monte Paschi al Santander, «dimostra come sia possibile ottenere un risultato senza bisogno di imporlo». Il direttore generale dell’Abi, Giuseppe Zadra, commenta così il passaggio da Amsterdam a Siena del controllo dell’istituto padovano. L’ex governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, considerava prioritaria la difesa del nostro sistema, ma «la posizione dell’Abi è liberista, non certo dirigistica», prosegue Zadra, ponendosi quindi in linea con il new deal introdotto da Mario Draghi in Via Nazionale.
Il consolidamento raggiunto dall’industria del credito italiano è sufficiente?
«Non so se è giusto parlare di sistema bancario italiano. Assistiamo a una differenziazione per livelli tra mercato mondiale, europeo e quelli locali. Abbiamo due grandi gruppi europei ma nessuno è ancora globale».
La scalata congiunta di Royal Bank of Scotland, Fortis e Santander su Abn ha introdotto uno strumento che favorirà un’ondata di grandi fusioni internazionali?
«Abn Amro era molto più simile a una holding che non a un gruppo integrato. Si prestava a essere spezzettata per la sua stessa struttura organizzativa: la statunitense LaSalle, la controllata in Sudamerica e Antonveneta erano parti abbastanza indipendenti. Per altri gruppi sarà molto più difficoltoso».
Come risolverebbe la marcata presenza delle Fondazioni nel capitale delle banche? L’acquisto di Antonveneta è un’occasione per indurre Siena a rinunciare al controllo di Mps?
«Avere azionisti istituzionali può aiutare ad affrontare investimenti di medio termine senza essere troppo sensibili alle pressioni del mercato. Quanto a Monte Paschi, laddove la presenza della Fondazione non impedisce la crescita della banca non è un problema di percentuale. A patto che non si traduca in un freno industriale, la quota azionaria è ininfluente».
Eppure l’intera economia italiana appare molto banco-centrica...
«È un fatto storico, ma negli ultimi 15 anni non ho visto alcun atto difensivo. Il problema è che mancano investitori istituzionali alternativi agli istituti di credito».
Il fatto che i principali gruppi creditizi del Paese siano grandi azionisti della Superborsa nata dalla fusione tra Milano e Londra rischia, però, di frenare la possibilità, offerta dalla direttiva Mifid, di creare anche in Italia mercati alternativi...
«La Borsa è una infrastruttura, la bandiera è secondaria. Piazza Affari era eccellente per funzionamento ma non per questo si moltiplicavano le matricole. La difficoltà è rappresentata dalla frammentazione del sistema industriale della Penisola».
Gli stranieri aumenteranno la concorrenza nel settore del credito?
«Importeranno le loro politiche di marketing. Credo, tuttavia, che l’effetto si percepirà solamente sul lungo periodo: prima dovranno cercare le sinergie mettendo a regime tutti i sistemi».
La crisi dei mutui subprime americani ha provocato un radicale ricambio al vertice di Merrill Lynch e Citigroup, due dei colossi di Manhattan. In Italia sarebbe accaduto lo stesso?
«Secondo me no. Negli Stati Uniti l’attitudine a cambiare in caso di difficoltà è radicata: per gli americani sostituire il responsabile di un problema equivale quasi ad averlo superato. Noi non siamo così frettolosi».
Quali saranno le sfide del sistema bancario nei prossimi cinque anni?
«Continuare a migliorare il management per tenere il passo con il mercato e reimpostare il rapporto con i clienti privati, verso cui occorre grande attenzione».
Tra gli attuali problemi delle famiglie ci sono il caro mutui e la crescita dei pignoramenti immobiliari denunciati dai consumatori...
«L’aggravio delle rate è un fattore recente legato al tasso variabile e alle scelte della Bce. Inoltre, secondo le statistiche i pignoramenti impiegano almeno un anno per essere eseguiti, il collegamento mi pare pretestuoso».
La vendita dei bond argentini, di titoli Parmalat, di prodotti derivati alle Pmi: le banche fanno consulenza?
«Penso sia minima la percentuale di imprenditori che non sapeva cosa stesse acquistando, ritengo che ogni caso vada analizzato a parte. Quanto all’Argentina era venduta come Paese prima del crac, non c’è dolo».