Atlantia studia le nozze con gli spagnoli di Abertis

Revival della fusione stoppata da Prodi nel 2006 ma a parti invertite. Verso un polo europeo delle autostrade

Camilla Conti

Atlantia si fa strada verso la Spagna. «Nel contesto delle opzioni strategiche che su base continuativa la società esamina», la ex Autostrade ha manifestato al gruppo iberico Abertis «un generico e preliminare interesse a valutare progetti comuni». Nessun impegno è stato assunto nè alcuna ipotesi è stata discussa o portata all'attenzione degli organi sociali», ha precisato il gruppo controllato dalla famiglia Benetton guidato da Giovanni Castellucci dopo che i titoli della concorrente spagnola avevano messo il turbo alla Borsa di Madrid (+8%) mentre in Piazza Affari le azioni Atlantia perdevano più del 3% (-3,7% in chiusura).

Le trattative sono comunque avviate e l'obiettivo sarebbe quello di creare un maxi-polo delle autostrade con un giro d'affari annuo di oltre 10 miliardi, superiore a quello della rivale francese Vinci. Secondo le prime indiscrezioni raccolte ieri nelle sale operative, Atlantia sta valutando un'offerta mista, parte in contanti e parte in azioni, amichevole e concordata con La Caixa, il principale azionista di Abertis con il 23 per cento. La mossa arriva a undici anni dal tentato assalto degli spagnoli all'allora Autostrade spa: il 24 aprile del 2006 le due società annunciarono una fusione alla pari da 45 miliardi ma la politica si mise di traverso. Antonio Di Pietro, l'allora ministro delle Infrastrutture del governo Prodi, mandò nelle secche il matrimonio cambiando le regole della concessione. L'accusa ai Benetton? Una vendita mascherata perché per i primi tre anni l'ad e la sede sarebbero stati spagnoli. Un altro tentativo era andato a vuoto nel 2009 sulla Sias quando gli spagnoli avevano messo sul tavolo degli eredi di Marcellino Gavio 1,3 miliardi per prendersi la Torino-Milano, offerta poi rifiutata.

Ora le parti si sono invertite con Atlantia, che capitalizza in Borsa attorno ai 20 miliardi contro i 16 miliardi di Abertis, in posizione di forza. Per finanziare l'operazione il gruppo dei Benetton potrebbe utilizzare il frutto della cessione del 15% di Autostrade per L'Italia da cui potrebbero arrivare tra i 2,5 e i 3 miliardi. In corsa per una quota di minoranza nel capitale di Aspi ci sarebbero gli australiani di Macquarie, il fondo sovrano di Abu Dhabi, la Kuwait Investment Authority e la cinese Gingko Tree. Di certo Castellucci vuole crescere ai caselli internazionali, e non solo negli aeroporti (oltre a quelli di Roma e a una piccola quota della veneta Save, ha investito sullo scalo di Nizza), e punta a raggiungere il target del 50% di Ebitda generato da attività straniere nel 2020, aumentando la propria attività sul mercato estero.

Quanto ai catalani, nel maggio 2016 sono ritornati sul mercato italiano (qui hanno già le torri di trasmissione di Wind) con l'acquisto per 594 milioni del 51,4% della A4 Holding che possiede 234 chilometri di autostrade tra cui la Brescia-Padova e l'A31. A favorire la mossa erano state la mediazione della banca di riferimento del gruppo Abertis (Intesa Sanpaolo) e la necessità degli stessi azionisti (Astaldi, Intesa, la famiglia Tabacchi e diversi soci pubblici) di uscire da un business non più «core». E in Piazza Affari scommettono che l'istituto guidato da Carlo Messina e presieduto da Gian Maria Gros-Pietro (al vertice dell'ex Autostrade dal 2002 al 2010) giocherà un ruolo di «sistema» anche in questa partita.