La bad bank di Renzi rischia lo stop

Il premier promette misure per i crediti in sofferenza ma c'è il rebus delle nuove norme europee

«Nelle prossime settimane il passaggio sulle sofferenze bancarie e sugli strumenti per rendere il sistema bancario italiano nella stessa situazione degli altri Paesi europei troveranno concretizzazione». Il premier Matteo Renzi, in visita alla Borsa di Milano, ha aggiunto al catalogo delle riforme due argomenti di sicuro effetto sul parterre finanziario che lo ha ascoltato: la cosiddetta bad bank per la gestione delle sofferenze degli istituti di credito e l'aggiornamento della normativa sui non performing loans .

«Stiamo negoziando con la Commissione Ue alcune ipotesi di intervento: è una priorità assoluta e fa il paio con l'intervento sulle banche popolari», ha aggiunto il presidente del Consiglio ricordando la recente riforma degli istituti cooperativi. Dalle parole ai fatti, però, il passo è molto lungo. In primo luogo, se si allude alla gestione delle sofferenze come strumento-ponte per la soluzione delle crisi, occorre sapere sin d'ora che tale ipotesi è irrealizzabile. Dal primo gennaio 2016, infatti, entrerà in vigore anche in Italia la nuova normativa europea sulla gestione delle crisi bancarie che prevede il cosiddetto bail-in , cioè l'intervento di azionisti, obbligazionisti senior e correntisti con più di 100mila euro nel salvataggio per un ammontare pari almeno all'8% degli attivi. Successivamente sarà il turno del Fondo Ue salva-banche e solo in ultima istanza gli Stati potranno fare qualcosa. Nella malaugurata ipotesi che una banca italiana sia alle strette, il governo e il premier potranno fare ben poco.

Discorso diverso per l'ipotesi alternativa, cui Renzi ha fatto cenno e alla quale stanno lavorando sia la Banca d'Italia che il ministero del Tesoro. L'ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato dai tecnici del governatore Ignazio Visco faceva proprio cenno alla bad bank come strumento salvifico per il sistema italiano del credito alle prese con oltre 190 miliardi di crediti in sofferenza (erano 183 alla fine del 2014). Si tratterebbe di creare una società specializzata con disponibilità per 100 miliardi che acquisti solo prestiti in sofferenza delle imprese, oltre una certa soglia, «a valore di mercato». Un tale veicolo non incorrerebbe nelle sanzioni per gli aiuti di Stato poiché è concepito per evitare l'immissione in blocco dei crediti non performing sul mercato ed evitarne la svalutazione, considerato che parecchie banche si troverebbero a dover sopportare minusvalenze. In questo modo, gli istituti che volessero agire autonomamente - come hanno fatto Unicredit e Mps - sarebbero più tutelati.

Su questo capitolo il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, ha trovato le porte sbarrate a Bruxelles dal commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager. La proposta non piace e, anche se passasse, implicherebbe il computo dell'eventuale investimento pubblico a deficit. E l'Italia ha pochissimo margine di manovra.

«Il passaggio successivo è portare sempre più vicino alla legislazione europea il sistema regolatorio delle banche», ha concluso Renzi. È l'unica parte effettivamente realizzabile del disegno governativo anche se il prezzo non è certamente basso. Ci sono due priorità per il sistema. La prima è accorciare la deducibilità delle perdite su crediti da cinque anni a uno solo come nel resto dell'Ue, ma questo implicherebbe minori entrate. In secondo luogo, a costo zero si potrebbero snellire le procedure per il recupero delle garanzie sui crediti in sofferenza. Questa riforma, però, implica la riapertura del dossier giustizia nel suo complesso.