Banche a passo di carica a Piazza Affari

Eppur si muovono. Compatte come una plotone di marines, le banche hanno ripreso possesso ieri a Piazza Affari di un territorio ormai quasi sconosciuto, quello del rialzo. Un rialzo coi fiocchi, peraltro: un robusto 3% messo a segno dal Ftse di settore, perfino contenuto se confrontato agli strappi verso l’alto di Mediolanum (+6,7%), Mediobanca (+6,2%), Monte dei Paschi (+5,8%) e Popolare di Milano (+5,31%). Tutto bene? Quasi. Anzi, forse no, a voler scandagliare il motivo di tanta euforia. Illogica a onor del vero, se l’entusiasmo - come raccontano dalle sale operative - è stato generato dalla proposta di Mario Monti di utilizzare il fondo salva-Stati Efsf per acquistare bond, e dunque far scendere la temperatura degli spread. L’idea sarebbe un vero toccasana per istituti come quelli italiani con portafogli gonfi di Btp e Bot (circa 300 miliardi di euro), ma l’immediato fuoco di sbarramento, con tanto di risposta sarcastica del “farmacista“ Olli Rehn («Sarebbe solo un’aspirina), ne rende quasi impossibile la traduzione in pratica.
Meglio allora pensare agli aiuti, sotto forma di liquidità, che le banche centrali potrebbero paracadutare sul sistema del credito, così da allontanare anche le inquietudini che circondano il traballante comparto spagnolo. La Fed ha fatto ieri la sua parte, allungando l’operation Twist, il programma di stimolo da 400 miliardi cominciato lo scorso settembre che terminerebbe a fine mese. Ora tocca alla Bce muoversi. E forse non bisognerà aspettare molto. La scorsa settimana Mario Draghi non ha fatto mistero di essere disposto ad aiutare ancora gli istituti solventi, dopo le due aste a rubinetto con cui sono stati prestati 1.000 miliardi al sistema del credito europeo.
Comunque vada, i problemi per le banche italiane sono destinati a restare ancora a lungo sul tappeto. Sono gli stessi responsabili di una perdita di valore borsistico del 54% nell’ultimo anno; sono le stesse criticità messe a nudo a metà maggio da Moody’s, quando di fatto è stato declassato l’intero comparto tricolore: qualità poco brillante degli asset, riduzione dei profitti netti e diminuzione dell’accesso al credito, oltre ai nodi della governance che riguardano più da vicino i piccoli istituti. Per non parlare dell’esposizione verso il debito italiano: quello che era una specie di atout ai tempi del virus dei mutui subprime, si è ora trasformato in un elemento di vulnerabilità.
Le banche si trovano in una situazione oltremodo scomoda: nell’ultimo quinquennio hanno chiesto al mercato oltre 33 miliardi (ben 14,5 miliardi la cifra incassata da Unicredit), di cui più di 16 solo nell’ultimo anno, senza restituire nulla in termini di dividendi (sempre più magri), nè - tantomeno - in termini di soddisfazioni borsistiche. Se i requisiti patrimoniali di Basilea 3 non verranno annacquati, dovranno reperire altri 15 miliardi (calcoli dell’Eba, l’Authority Ue di settore). A queste richieste i nostri istituti si sono già opposti con decisione. Per più di un motivo. Perché hanno già bussato a denari più volte, e il momento non è di sicuro ideale per lanciare nuovo aumenti di capitale. Il rischio, inoltre, è che con prezzi così schiacciati verso il basso gli azionisti di peso meno liquidi possano perdere il controllo della sala comandi. Un pericolo tutt’altro che ipotetico: negli ultimi due anni, le banche sono state costrette a offrire i nuovi titoli con uno sconto del 40% sul prezzo di mercato.