«Banche a rischio di una nuova stretta»

«Dalla politica serve un nuovo mandato europeo ai regolatori: la stabilità è raggiunta, ora ci vuole più credito»

di Marcello Zacché

A partire da settembre, la Bce potrebbe imporre alle banche una nuova stratta creditizia: in base agli esiti del cosiddetto «Serp», una sorta di test sui modelli di business e di governance interna, i requisiti patrimoniali potrebbero venire di nuovo alzati. E non è tutto. Infatti, come ci dice in questa intervista il vicepresidente dell'Abi Roberto Nicastro, che da direttore generale di Unicredit ha una visione puntuale e aggiornata dei rapporti tra benche e autorità, «nonostante il 2014, con gli stress test e l'avvio della vigilanza unica, sia stato l'anno della svolta, in realtà da fonti diverse è partita una nuova ondata di regolamentazione che porta verso una stretta sui capitali».

Fonti diverse?

«Da un lato c'è il citato Serp della Bce, dall'altro il Financial Stability Board (Fsb), che sta lavorando a uno standard di assorbimento delle perdite sul capitale (Tlac) per le banche sistemiche; poi c'è una discussione sulla ponderazione dei portafogli dei titoli di Stato; inoltre l'Eba ha un dossier aperto sul trattamento dei derivati verso le imprese; e c'è anche il nuovo fondo di garanzia depositi che per una grande banca vale qualche centinaia di milioni di euro. E l'elenco non è nemmeno esaustivo».

Come sistema c'è da preoccuparsi?

«Di sicuro tutto questo, in una fase di potenziale ripresa, porta gli operatori a essere confusi: cosa succederà al capitale delle banche? C'è molta incertezza».

Che si riflette anche sul costo del capitale di rischio delle banche e quindi, almeno per una frazione, su quello del credito per le imprese, giusto?

«Certo: dai livelli precrisi è più che raddoppiato: il costo del capitale è oggi intorno al 10% perché, a fronte di rendimenti risk free dello 0,5% circa, il premio al rischio arriva oltre al 9%. Prima della crisi, a fronte di titoli risk free che rendevano il 2-3%, questo premio stava intorno al 5-6 per cento».

A chi vi potete appellare?

«La politica dovrebbe riflettere sul mandato dei regolatori. Tutto ha avuto inizio nel 2008, dopo Lehman Brothers, quando il G20 ha chiesto al Fsb di dedicare ogni sforzo alla stabilità del sistema. A questi input si sono aggiunti quelli del 2011, con la crisi dei debiti sovrani. Il lavoro è stato svolto con efficacia, ma una volta partiti, non si sono più fermati. Ma oggi le condizioni sono cambiate».

Compito esaurito?

«Diciamo che c'è un tema di aggiornamento di quel mandato. La stabilità è stata raggiunta, ora vi è una forte esigenza di far ripartire la crescita economica. Invece in questo momento per le banche il parametro su cui pianificare l'attività è sempre più quello degli “attivi ponderati“ ai danni delle attività che assorbono capitale ma stimolano la crescita. Così si rischia la paralisi delle attività creditizia».

In attesa del G20, il governo italiano si è mosso con il decreto di riforma fallimentare. Che giudizio si è fatto?

«La normativa che va nella giusta direzione».

Ci dica nel dettaglio.

«Nel sistema ci sono centinaia di miliardi di crediti. Non solo quelli delle banche: lo Stato ne ha ancor di più e anche le imprese ne hanno tanti. Ebbene queste norme puntano a migliorare la tutela dei crediti, colpendo le patologie che oggi colpiscono, per fare due esempi, le aste piuttosto che i meccanismi concordatari».

Quindi l'Abi è soddisfatta. E a proposito di associazione, qualcuno fa il suo nome per la prossima presidenza. È disponibile?

«Lusingato, ma sono già bene impegnato come direttore generale di Unicredit».