Il Banco va in rosso per 600 milioni

Pier Francesco Saviotti prepara il Banco Popolare per il check up europeo con 1,7 miliardi di svalutazioni che lasciano un buco da 606 milioni nel bilancio 2013 a fronte di ricavi stabili a 2,25 miliardi. I conti (772 milioni la perdita nel quarto trimestre dopo una pulizia da un miliardo), sono stati approvati ieri dal cda insieme al nuovo piano industriale, che promette di riportare l'utile della cooperativa veronese a quota 609 milioni nel 2016 (con un pay out al 40% dopo il 30% del 2015), per poi spingerlo a 787 milioni nel 2018. Per quest'anno non è, invece, attesa alcuna cedola, a controbilanciare l'aumento di capitale da 1,5 miliardi che proietterà l'indice patrimoniale del Banco, già considerate le regole di Basilea 3, a un «solido» 10,8 per cento. Positivo il giudizio della Borsa, dove il titolo ha chiuso in progresso del 4,8% a 1,59 euro. L'obiettivo «è entrare sotto la sorveglianza della Bce nel migliore dei modi», ha confermato agli analisti Saviotti che oggi sottopone la ricapitalizzazione ai soci per bruciare sul tempo la concorrenza di Bpm, Mps e Carige: l'assemblea è a Lodi, con collegamenti da Verona, Novara e Lucca.
A infiammare la Borsa è stata inoltre la prospettiva che il gruppo trovi una soluzione per i crediti deteriorati già in aprile, quando Saviotti conta di individuare l'acquirente sia per 1,5 miliardi di npl (sono in corsa tre pretendenti) sia per la quota di maggioranza di Release (80%), la bad bank che ha ereditato i guai lasciati dell'ex Italease. Release potrebbe peraltro diventare il fulcro di una bad bank più allargata. Chiusi i conti con il passato, il Banco potrà quindi «ragionare» su eventuali aggregazioni nell'ambito del consolidamento del settore.
I giochi si decideranno nel 2015, quando sarà più chiaro il destino di Bpm, che è da più parti considerata una sposa perfetta per Verona. L'attesa è comunque che già quest'anno il Banco possa essere «invitato» da Ignazio Visco a ridare stabilità a una delle banche di territorio scoperchiate dalla crisi.
Il nuovo piano industriale, che spinge sulla multicanalità e scommette sul wealth management, prevede poi che il Banco si liberi di altri 750 addetti entro il 2016 (1.100 a fine 2018), tra turn over e pre-pensionamenti. I tagli devono essere discussi con i sindacati, ma combaciano con la ristrutturazione della rete varata la scorsa estate: oltre alla chiusura di 63 sportelli considerati non più strategici, Saviotti ha distinto tra filiali principali (hub) e secondarie (spoke), introdotto le aperture alterne nei centri minori e affidato il large corporate direttamente alla direzione generale, così da tenere sotto controllo gli incagli e concentrare le energie degli sportelli su famiglie e pmi. Allo studio anche la «valorizzazione del patrimonio immobiliare» e «iniziative di collaborazione con partner industriali», per ridurre i costi.