«Bankitalia, il riassetto vale 125 miliardi»

Sembra l'uovo di Colombo. Anche perché l'idea è di un genovese puro come Giovanni Berneschi, classe 1937, da 55 anni fedele prima alla Cassa di Risparmio di Genova, poi a Banca Carige, di cui è presidente dal 2003. Idea semplice ma non banale: ripatrimonializzare la Banca d'Italia attraverso un aumento di capitale gratuito da 10 miliardi che permetterebbe alle banche azioniste di rafforzare a loro volta il patrimonio, liberare 125 miliardi di nuovo credito e remunerare lo Stato con un assegno da 1,6 miliardi a titolo d'imposta. Per Berneschi è un vecchio cavallo di battaglia. Ma ora che è appena stato rieletto alla vicepresidenza dell'Abi, è convinto che sia la volta buona.
Sono anni che si parla delle quote di Bankitalia...
«Da almeno 5-6 anni me ne occupo in forma riservata e nelle sedi opportune, attraverso un lavoro nascosto che, come la goccia che batte sulla roccia apuana e prima poi fa il buco, ora comincia a dare i suoi frutti: il riassetto del capitale di Bankitalia è uno dei punti del documento finale del convegno Acri di Palermo. Siamo usciti allo scoperto, ponendo la questione a livello istituzionale».
Si tratta di rivalutare il capitale della Banca Centrale, fermo a valori storici: ci spieghi bene.
«L'attuale capitale della Banca d'Italia risale al '36 quando, non a caso dopo una crisi come questa, enti pubblici e Casse di risparmio investirono 300 milioni di lire a titolo oneroso. E forzoso. Da allora non è stato più toccato e oggi ammonta a 156mila euro. Ma nel frattempo l'Istituto ha accumulato, imputandoli a riserva, 25 miliardi di euro di utili non distribuiti. Allora la proposta è questa: di quei 25 miliardi di patrimonio trasformiamone una parte, per esempio 10, in capitale, attraverso un aumento gratuito».
Operazione solo cartacea...
«Certo. Ma con conseguenze concrete: il sistema bancario oggi privato che, in seguito alle trasformazioni delle Casse di risparmio, alla nascita delle Fondazioni, a fusioni e acquisizioni detiene il capitale di via Nazionale, avrebbe all'istante 10 miliardi di patrimonio in più; con questi, sulla base dei rapporti tra impieghi e capitale, sarebbero immediatamente disponibili 125 miliardi di nuovi crediti a famiglie e imprese; infine, applicando l'imposta sostitutiva del 16% sulle rivalutazioni, le banche verserebbero alle casse dello Stato 1,6 miliardi: soldi veri».
Detta così non è male. Ma c'è il rischio di consegnare definitivamente Bankitalia nelle mani di Intesa, Unicredit & c.
«Ma no. L'indipendenza dell'Istituto centrale va salvaguardata e ciò è già garantito dallo statuto della Banca d'Italia: i soci di capitale non hanno alcun potere decisionale. Da essi dipende solo il Consiglio superiore, un organo essenzialmente di controllo, mentre i poteri di gestione vera e propria spettano al Direttorio, cioè al governatore (nominato dal Consiglio dei ministri, ndr), insieme con direttore generale e i suoi tre vice (nominati su proposta del governatore stesso, ndr)».
Non c'è nemmeno il rischio che la rivalutazione delle quote finisca nelle tasche delle banche azioniste?
«No. L'operazione non transita dal conto economico, ma è confinata nello stato patrimoniale».
Una boccata d'ossigeno anche per la sua Carige, che ha il 4% di Bankitalia: conflitto d'interesse?
«Ma che c'entra? Questa operazione non fa che aumentare il rapporto tra patrimonio e attività come viene richiesto dall'Eba e dalle regole di Basilea 3. E di sicuro sarebbe di grande aiuto soprattutto per le banche minori, quelle con maggiori difficoltà nel raccogliere nuovo capitale».
C'è però il problema della legge sul risparmio, la 262-2005, che prevede l'esatto contrario, cioè la «nazionalizzazione» di Bankitalia.
«Vero, infatti quella legge va modificata: è l'unico passaggio parlamentare necessario per avviare la ricapitalizzazione, l'unico reale problema da superare».
È questo il motivo per cui non si è mai fatta la rivalutazione?
«Diciamo che quella della statalizzazione, più o meno strisciante, della Banca d'Italia era un'idea fissa di Giulio Tremonti che ha trovato terreno fertile nella fase politica ed economica della metà del decennio scorso. Ma ora siamo in un mondo completamente diverso».
E com'è il clima politico e istituzionale per procedere in questa direzione? Cosa ne pensa il governo?
«Il clima, nel Governo e nel Parlamento, a differenza del passato è oggi molto più positivo: il ministro Passera è favorevole; lo sono anche le banche e i loro grandi azionisti; il progetto è noto al governatore a cui lo abbiamo sottoposto. L'operazione si può fare subito. Anche perché sarebbe urgente dare ossigeno all'economia».