Via alla battaglia finale per Generali

Minali in uscita ma Intesa studia la difesa del Leone. Lo scontro con Mediobanca

L'ingresso della storica sede triestina delle Assicurazioni Generali

Mercoledì prossimo il cda delle Generali ufficializzerà quello che è nell'aria da qualche mese: l'uscita del direttore generale Alberto Minali. Come anticipato dal Giornale a novembre, i rapporti tra l'ad del gruppo, Philippe Donnet, e Minali erano arrivati al punto di rottura già da tempo perché su troppe questioni operative i due si erano scontrati, complice l'opaca governance messa in piedi un anno fa dopo la traumatica uscita di Mario Greco dal vertice della compagnia. Per compensare il peso della promozione di un manager francese, ex Axa, come Donnet, i grandi soci più preoccupati per l'italianità del gruppo (come Del Vecchio e soprattutto Caltagirone) avevano ottenuto dall'azionista di maggioranza relativa (Mediobanca, con il 13% del capitale) che Minali fosse direttore generale con deleghe di rilievo, tra cui la finanza e le operations. Ma due uomini al comando sono troppi e il tandem, in realtà, non è mai andato a regime.

A far precipitare la situazione non c'è stato un fatto specifico, ma un complesso di situazioni micro e macro. Nelle prime ci sono, tra l'altro, due partite rognose: i 400 milioni di bond subordinati di Mps, destinati a trasformarsi nel 7% del capitale della banca, e soprattutto i 300 milioni di prestito Alitalia, che le banche vorrebbero far convertire in azioni mentre Trieste non ne vuole sapere.

Ma è il gioco macro quello forse più rilevante: l'avanzata del partito francese alla conquista del Leone. Donnet ha portato a Trieste alcuni manager chiave che, come lui, vengono dal big parigino delle assicurazioni Axa; e tiene direttamente rapporti sia con Jean Pierre Mustier, altro manager transalpino, che siede la vertice di Unicredit (primo socio di Mediobanca), sia con Vincent Bolloré, patron di quella Vivendi che sta scalando Mediaset ed altro grande socio di Piazzetta Cuccia. In questa chiave una possibile operazione con Axa sta da qualche mese sullo sfondo e sarebbe agevolata dall'attuale debolezza politica italiana, da quella de suo sistema bancario e dalla sostanziale sterilizzazione di Mediobanca da parte del triangolo Mustier-Donnet-Bolloré.

Ora però sullo stesso sfondo potrebbe verificarsi un fatto nuovo: l'ingresso in campo di Intesa Sanpaolo: secondo ipotesi di mercato, in parte riprese dalla Stampa, la banca guidata da Carlo Messina potrebbe non stare a guardare, magari mettendosi al fianco del colosso tedesco delle assicurazioni Allianz. La compagnia di Monaco di Baviera, come ha rivelato tempo fa il Giornale, starebbe guardando alle attività francesi di Generali, la cui cessione potrebbe essere per Donnet propedeutica all'operazione con Axa. In questa chiave Intesa starebbe studiando un intervento per tenere il resto di Generali saldamente in mani italiane.

L'interesse di Intesa potrebbe essere industriale, ma da questo lato la banca milanese è già molto forte con la sua Intesa Vita ed è difficile immaginare un investimento di capitale importante in Generali. Ha più senso, invece, pensare a un ruolo «facilitatore» di difesa di un campione nazionale. Messina, che non nasconde in privato di tenere un rapporto costante con il presidente emerito Gianni Bazoli, è contrario in linea di principio alle cosiddette «operazioni di sistema», che non fanno parte del core business della banca. Ma è altresì convinto che la maggiore banca italiana non possa non considerare strategica l'esistenza di altri campioni nazionali in settori industriali e finanziari di rilievo. Come ha sempre pensato anche Bazoli. Non a caso Intesa è stata la protagonista della recente «rifondazione»di Rcs (il Corriere della Sera), appoggiando la scalata di Urbano Cairo; e più recentemente si è schierata come advisor al fianco di Mediaset per parare i prossimi colpi di Vivendi. In entrambi i casi in contrapposizione più o meno esplicita con Mediobanca e Bolloré. Ecco allora che una vicenda di dimensioni molto più importanti e con un peso strategico e politico di ben altra importanza come Generali (con i suoi 450 miliardi di riserve investite), potrebbe rientrare in questa dialettica. Ed alzare a livelli mai visti prima il confronto/scontro con Mediobanca. Che dura con alterne vicende da circa trent'anni. E che di fronte al futuro delle Generali potrebbe trasformarsi in una sorte di «battaglia finale» per la leadership di quel che resta del capitalismo italiano dopo la grande crisi.