Bce, asse con Londra per aiutare le imprese

«La prospettiva di un Parlamento europeo non più funzionante non si è realizzata: l'assemblea sarà perfettamente capace di svolgere un ruolo costruttivo». Il presidio anti-euro a Bruxelles non sembra spaventare Mario Draghi, convinto che le spinte centrifughe potranno essere contenute. A patto, però, di accogliere le istanze di maggior crescita e più posti di lavoro uscite dalle urne. La Bce è pronta a far la propria parte, mentre con l'approssimarsi del 5 giugno cresce l'attesa per il vertice dell'Eurotower. L'audience sarà da finale di Champions League. Le Borse, infatti, sono già in modalità stand-by (Milano ha chiuso ieri a -0,42% dopo la sbornia rialzista di lunedì), gli spread sonnecchiano (a 162 punti quello tra Btp e Bund) e l'ultima asta del Tesoro (collocati 3 miliardi di Ctz e 1 miliardo di Btp-i) è stata archiviata senza sussulti sul lato dei rendimenti. Oggi toccherà ai Bot semestrali.
Come rigenerare, quindi, il tessuto imprenditoriale, cioè l'anello necessario per riagganciare sviluppo e occupazione? Il pallino di Draghi si chiama Abs, i titoli che cartolarizzano prestiti a famiglie e imprese. Un mercato arrivato al capolinea con la crisi subprime, ma che potrebbe far molto per aiutare le pmi, che «contribuiscono per l'80% all'occupazione nell'area dell'euro». Per riaprirlo, serve la chiave di un asse inedito con Londra. «Venerdì - annuncia il presidente dell'Eurotower - sarà diffuso un documento congiunto da Bce e Banca d'Inghilterra sui problemi che abbiamo identificato e la linea di azione che vorremmo scegliere per rivitalizzare il segmento degli Abs». I problemi più grossi da risolvere sono due: la revisione del trattamento normativo e i rating di questi titoli. Possibili risultati? «Nel giro di un anno».
Draghi ha addosso gli occhi del mondo. Un passo falso, e si rischia il patatrac, tanto è stato caricato di aspettative l'appuntamento della prossima settimana, tra l'infoltirsi dei supporter delle misure all'americana. Un pressing asfissiante respinto anche con qualche entrata dialettica ruvida. Draghi non ama i “suggerimenti“. Neppure se arrivano da un Nobel come l'economista Paul Krugman, secondo cui «non è più adeguato» il target d'inflazione al 2% della Bce. «Non voglio neanche pensare - l'immediata replica dell'ex governatore di Bankitalia - cosa significherebbe per la Germania portare l'obiettivo al 5%». D'altra parte, l'inflazione resta tema delicatissimo alle orecchie tedesche. Anche ora che il voto europeo, a detta di alcuni analisti, ha indebolito Angela Merkel al punto che la Cancelliera delegherà alla Bce le concessioni da fare a tutti gli arrabbiati. Un taglio ai tassi (anche sui depositi) e nuova liquidità destinata all'economia reale restano le opzioni più probabili. Nel frattempo, Draghi manda un messaggio chiaro: «Riporteremo l'inflazione vicina ma al di sotto del 2% come da mandato. Quando avremo raggiunto il target, alcuni Paesi dovranno accettare di avere un tasso superiore al 2%». Ovvero, quelli al momento più al riparo dalla deflazione. Su tutti, la Germania.