Bce e Fed prendono tempo sugli aiuti

Carte coperte su Qe e tassi. Draghi: «Protezionismo dannoso», Yellen pizzica Trump

Hanno provato a soppesare ogni singola virgola, i due punti e financo i punti e virgola. Eppure, niente. Neanche a spremerli come limoni, dai discorsi di ieri a Jackson Hole di Mario Draghi e Janet Yellen è uscita per i mercati una sola goccia sul tapering targato Bce, nè un piccolo indizio sul se e quando la Federal Reserve alzerà ancora i tassi o comincerà a far dimagrire il suo ipertrofico bilancio da 4.500 miliardi di dollari. Tra i monti del Wyoming, è andato quindi in scena il copione già previsto nei giorni scorsi, con i due big della banche centrali impegnati in un volontario esercizio di mutismo sui temi più spinosi in agenda. Tutte le pedine sono insomma rimaste ferme sulla scacchiera, con l'intento di non urtare la sensibilità dei mercati. No news, good news. Dalle Borse, infatti, non una piega, a parte qualche movimento sul valutario dove l'euro è salito fino a 1,1873 dollari (+0,63%). Poca roba, comunque.

Dribblato perfino l'outlook sull'economia Usa («È forte», ha più che sintetizzato la Yellen), spesa non una singola parola sull'inflazione che - ancora anemica - è la vera variabile in grado di condizionare il processo di normalizzazione della politica monetaria (in parole povere, ritardare o cancellare la prevista terza stretta del 2017), nel suo speech Janet se l'è un po' presa con Donald Trump. Al quale ha intimato di tenere giù le mani dai recinti normativi eretti attorno alla finanza dopo la Grande recessione. Anche se poi ha in parte addolcito la pillola aprendo a una semplificazione della Volcker Rule («ci potrebbero essere benefici»), la norma che vieta alle grandi banche il trading con capitale proprio e che il tycoon vorrebbe ora ricalibrare. In ogni caso, per la numero uno di Eccles Building sarebbe un errore smantellare le riforme che «hanno rafforzato il nostro sistema finanziario e ne hanno aumentato la resilienza: le banche sono più sicure», ha affermato, ma occorre mantenere l'attenzione contro «effetti collaterali inaspettati». Quelli che potrebbero derivare da «un eccesso di ottimismo e di leva finanziaria». Del resto, contrariamente a quanto detto dalla stessa Yellen nel giugno scorso («Non mi aspetto un'altra crisi finanziaria nelle nostre vite»), «non possiamo mai essere sicuri che nuove crisi non si verificheranno». Un rischio che impone che ogni aggiustamento al quadro di regole della finanza sia «modesto». È una posizione già più volte espressa dalla Yellen che, quasi a voler sottolineare l'eredità che lascia in vista della scadenza del suo mandato il prossimo febbraio (verrà sostituita probabilmente da Gary Cohn, ex presidente di Goldman Sachs e consigliere economico del presidente Usa) ha rivendicato i «sostanziali progressi per una piena occupazione e la stabilità dei prezzi».

Draghi ha preso la parola qualche ora dopo, ma la musica è stata la stessa: nessun accenno al Qe, che anche le ultime minute della Bce confermano in vigore fino a fine anno, «o anche oltre se necessario», al ritmo mensile di 60 miliardi di euro. Un piano che il presidente dell'Eurotower ha di nuovo difeso qualche giorno fa, ma su cui ieri non è tornato. Il punto è stato fatto sulla ripresa globale che «si sta consolidando. In alcune nazioni come gli Usa questo processo è visibile da alcuni anni, in altri come l'Europa e il Giappone, il consolidamento della ripresa è in una fase precedente». Occorre rendere «più dinamica» questa ripresa, su cui però incombe una minaccia: è «il ritorno al protezionismo, un serio rischio», mentre invece «uno degli ingredienti chiave per alzare la produttività è l'apertura». Un ulteriore affondo nei confronti di Trump.

Insomma, sui temi centrali tutto rimandato a settembre, alle prossime riunioni di Fed e Bce. Quando risulterà forse più complicato traccheggiare ancora sulle mosse da fare.