Bene la riforma delle Bcc, ma ora basta alibi

di Vincenzo Pacelli*Seppur con qualche settimana di ritardo, è stata finalmente varata dal governo la riforma del credito cooperativo. Riforma che recepisce in larga parte i tratti del progetto di autoriforma di Federcasse e che si caratterizza per una holding capogruppo unica con patrimonio da almeno un miliardo di euro e libertà di adesione o di uscita dal sistema solo per le Bcc più grandi. Ciò lascia presagire una stagione di aggregazioni per le Bcc che volessero restare indipendenti, ma che non rispettassero oggi i parametri previsti (200 milioni di euro di riserve). Chi crede però che ora la via che porta all'ammodernamento del sistema sia in discesa, si sbaglia. Siamo, infatti, solo all'inizio di una fase molto delicata per il credito cooperativo, che dovrà rendere operativa questa riforma nei prossimi 18 mesi, in un periodo quindi caratterizzato da forte instabilità sui mercati, crescita nulla ed elevate sofferenze. Sicuramente non un buon momento per trasformare un settore che ha una posizione di rilievo nel sistema bancario nazionale ma che mostra diverse crepe. Ci si riferisce alle evidenti criticità che caratterizzano gli assetti di governance, a scelte gestionali non sempre trasparenti e a volte rappresentative di una relazione non sana con il territorio, che hanno contribuito ad incrementare la rischiosità del portafoglio prestiti. La riforma potrebbe poi generare disorientamento per i costi sociali dovuti alla probabile chiusura degli sportelli e agli esuberi. Non è difficile prevedere inoltre resistenze da parte delle Bcc meglio gestite, ma non abbastanza grandi per rendersi autonome. Tali criticità sono state forse sottovalutate e si sarebbero potute prevenire coinvolgendo maggiormente le diverse componenti del mondo cooperativo. I benefici generabili dalla riforma sono molteplici: da una maggiore efficienza organizzativa del sistema alla raccolta di capitali sul mercato, fino alla possibilità di risolvere internamente eventuali crisi patrimoniali delle banche aderenti al Gruppo. Ciò in virtù del «contratto di coesione» e del sistema di garanzie incrociate. Solo un sistema coeso potrà concretizzare effettivamente la riforma. Ci si auspica infine che la riforma non divenga un alibi per banchieri e politici. La riforma potrà infatti determinare poco se le Bcc non adegueranno il loro business alle best practice del mercato e se i governi non la supporteranno con le opportune politiche fiscali e giuslavoristiche di cui necessita. Da un lato, infatti, i vertici del credito cooperativo dovrebbero comprendere che il vecchio modello di banca del territorio con orientamento esclusivo alla clientela retail, scarsa diversificazione produttiva e distribuzione prevalente attraverso i canali fisici è ormai desueto e pertanto occorre ripensare al modello di business. Per fare ciò occorrono però ingenti investimenti in formazione e tecnologia, oltre che un rinnovamento e una riqualificazione professionale dei vertici sociali. D'altro canto, anche la politica dovrebbe capire che il modo migliore per aiutare le banche non è produrre altre norme, bensì contribuire a creare lo sviluppo del Paese e rendere più efficiente la giustizia. *Università degli Studi di Foggia